cicciobandini

sabato, 02 maggio 2009

Quel che non accettavo

Quel che non accettavo allora, e che mi sarebbe risultato sempre più indigesto con gli anni, era la manipolazione dei rapporti umani indotta dalla tendenza sociale sempre più invadente a un certo tipo di romanticismo astratto, che prevedeva l'accoppiamento come l'inevitabile completamento di una metà mancante. Dico sociale in contrapposizione a naturale, ben sapendo che il concetto di naturale è scivoloso, fuorviante e, in definitiva, falso. Quella tendenza tutta cattolica e tradizionale a un romanticismo coatto, che si esprimeva in una profonda alterazione della personalità, con la creazione serializzata di aspettative, obblighi e gesti normati che non potevano non annullare i residui spazi di libertà interiore. L'io sociale ne veniva stravolto, deviato, normalizzato, così come l'io individuale, in origine multiforme e creativo, veniva incarcerato in una gabbia fatta di coazioni a ripetere e sensi di colpa, tutti funzionali alla presunta felicità dell'altro.
Quel che io consideravo saggio e necessario e appagante in un rapporto era compreso nello spazio geometrico dell'attrazione erotica e del rispetto personale e, in qualche misura, etico. Ma non bastava, allora, non si poteva vivere in quella cornice, considerata sconveniente e insufficiente.
Ai molti che mi obiettavano la razionalizzazione a posteriori di una mia presunta 'incapacità di amare e di essere coppia, ai molti che mi contestavano la debolezza di una non confessata vocazione ideologica all'autosufficienza, ai molti rinunciavo ormai a rispondere, pago di aver trovato risposte e consapevole che quelle risposte non valevano che per me e che per pochi attimi.
A te, che me l'obiettavi dolente, provavo a spiegarlo e talvolta risultavo convincente. Prima che riprendesse efficacia la vulgata romantica del completamento reciproco, del fondersi in un impasto unico, prima che l'eccesso di sentimenti stratificati dalla storia e dal cattolicesimo pretendesse di plasmare a sua immagine e somiglianza la materia di cui ero fatto.
Eppure, quel che non accettavo, era sentirmi infelice.

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martedì, 31 marzo 2009

Alì cazzo

Se provi a immaginare quanti anni ha, gliene dai 30 e anche 60. Potrebbe essere indiano o pachistano o bangladese. Lui non lo sa. O a me fa piacere immaginare che sia così, che non lo sappia davvero, chi sia. Tanti anni fa ero convinto che fosse marocchino. Mi sembrava che lui avesse annuito, quella volta, quando gliel’ho chiesto. L’altro giorno gli ho domandato se fosse del Bangladesh e lui ha annuito anche stavolta, cordiale. Ha un volto scarnificato, la pelle scura erosa dal tempo e pupille liquide che navigano dentro un sorriso. E’ magro, di altezza media, vestito in modo sobrio, con scarpe robuste.
Si esprime per lo più a gesti e il gesto che gli riesce meglio è l’abbraccio.
Ti vede da lontano, nella folla della Casa 139 o tra i tavolini bagnati dei Navigli e si avvicina, allargando un braccio, la mano con il palmo aperto, sincero. L’altra parte del corpo abbraccia un mazzo di rose rosse, fresche e sgualcite, ancora invendute. Poi ti abbraccia, le rose di lato, e vuole sentire il tuo corpo. Mette la sua testa sulla tua, la fa riposare e come ondeggiare. Poi comincia a baciarti le guance, più volte. A destra e a sinistra. E’ come una specie di rituale, ma rinnovato ogni volta nell’energia e nella passione. Io mi imbarazzo, ma ricambio l’abbraccio. Talvolta faccio un tentativo educato (non voglio che se accorga) e provo ad allontanarmi dalla morsa. Quando il movimento non ha effetto, e la morsa resta intatta, sollevo leggermente la testa, poggiata parallelamente alla sua, e mi guardo intorno. Ci sono facce che ci scrutano e indovino i pensieri, i sentimenti. Qualcuno sorride, qualcuno è indifferente. Io me ne resto lì, sulla pista, mentre abbraccio un uomo di età e nazionalità indefinibile, con un mazzo di rose sgualcite. Quando finisce la stretta, mi sento sollevato. Lo guardo e lui adesso quasi ride, anche se non supera mai veramente il confine del sorriso. Mi dice “Cazzo, Alì”. Ed è il suo modo per sentirsi vicino, per sentirsi uguale. La prima volta che mi ha detto il suo nome, Alì, mi ha chiesto il mio. Alessandro, gli ho detto. Ha fatto una faccia come a dire, lo sapevo, e ha detto: “Alì cazzo!”. E poi è cominciato tutto un movimento di mani per dire tu Alì, io Alì, tutti e due Alì. Siamo Alì, cazzo. Da allora lo saluto anch’io così, Alì cazzo, e ormai Cazzo sembra un cognome.

Alì è un alcolista. Entra nei locali, la Casa 139, Le Scimmie, e c’è sempre qualcuno che gli offre da bere. Chiede qualche moneta e loro gli danno una consumazione gratis. Beve tutto. Whiskey e rum e anche gin. A volte, quando nessuno gli dà niente, mi chiede un po’ di birra. Indica il mio bicchiere pieno.
Io gliela do, ma poi faccio finta di bere e lascio il bicchiere su un tavolino. Mi fa schifo. E penso, le malattie. Poi mi sento in colpa e penso, ma quali malattie. Allora adesso, per non sentirmi in colpa, per non guardare questo bicchiere quasi pieno abbandonato sopra un tavolino, quando mi chiede la birra ora gliene compro una nuova, al bancone. Così è diventato alcolista Alì. Lo so bene questo. Per scacciare anche questo senso di colpa, glielo dico spesso: Alì cazzo, non bere troppo che fa male. Lui annuisce e sorride.

Una volta l’hanno preso le ragazze e gli hanno ballato intorno. Non una cosa che lo prendevano in giro. Alì era contento e ubriaco e ballava. Alì ha dei figli o forse non ne ha. Non è ubriaco spesso, se con questo si intende spaccare le cose o urlare. Ha solo occhi più liquidi e oscilla più del solito. Una volta gli ho chiesto dove abita.
Lui ha cominciato a parlare, non si capiva ma ho capito che vive con altri che vendono i fiori. Molti altri, dentro una stanza, fuori Milano. Poi mi ha detto: posso venire a stare da te? Non mi ricordo se le parole erano proprio queste, ma la faccia e i gesti e tutto quanto di lui mi ripetevano la domanda: posso venire a stare da te? Io gli ho detto che no, che non poteva ma lui ha insistito un po’, con gentilezza. Io gli ho detto che no e poi gli ho detto, Alì cazzo, no che non puoi. No.
Io poi vivo con una ragazza.

Non so come mi è venuto in mente di dirla, questa cosa della ragazza, perché io la ragazza non ce l’ho. Io poi vivo con una ragazza. Al momento mi è parsa la maniera giusta per dare una risposta ferma ma educata. Ad ogni modo non lo so se l’ha capito cosa ho detto. Poi abbiamo parlato d’altro. In realtà ho parlato io. Ho fatto delle domande, mi sono interessato a lui, ho deciso di interessarmi a lui. L’ho pensato, anche, che lo avevo deciso. Comunque sia, non ne ho ricavato molto.

Perché non lo capisco Alì, quando parla.

Una volta avevamo pensato a lui per un cortometraggio. Si chiamava “Storia di una rosa”. Ci siamo messi al tavolo di una birreria e c’era anche Claudia. Le spiegavamo il progetto. Si comincia così, con la camera stretta a inquadrare una rosa in una pozzanghera. Poi la camera allarga il campo, si vede la mano della ragazza che lo getta, mentre già volta le spalle e si allontana. Poi il locale dove l’aveva comprata. Claudia non capiva. Noi ci siamo accaniti a raccontare. Facciamo un viaggio a ritroso, un’inchiesta. Si vede l’uomo che vende le rose nei locali, le ragazze che si schermiscono, i ragazzi che fanno gli spiritosi. Le comprano, non le comprano. Poi ancora indietro. Il gruppetto di stranieri che si riunisce la mattina presto e compra le rose dai caporali italiani. Questi che all’Ortomercato rubano le rose. Le rose che arrivano all’Ortomercato per via aerea. La serra olandese dove vengono coltivate le rose. E poi, in montaggio parallelo con il viaggio della rosa, il viaggio di Alì che torna a casa a piedi, lungo il Naviglio.

Poi sono andato via da Milano, sono andato via, e Alì ha continuato a camminare da solo, ad aggirarsi davanti al Capetown, alla Casa, alle Colonne, a sorridere con i denti da bambino invecchiato male, con i capelli bagnati e stopposi, ancora non completamente bianchi. Sapeva sempre di umido Alì, anche quando non pioveva. Mario, mi hanno detto, ha incontrato Alì l’altro giorno da Peppuccio e gli ha comprato un enorme mazzo di rose. Io me lo immagino Mario che lo abbraccia e gli dice Alì cazzo, ridendo. Poi Mario ha preso i fiori e li ha regalati alla ragazza Anna. Anna l’ho vista ieri al Pigneto. Non erano per me quei fiori, mi ha detto sorridendo. Mi sembrava un po’ triste, ma forse no.
Non erano per me, davvero. Erano per Alì.

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martedì, 24 marzo 2009

Corpi

Si gratta il naso e si volta. C'è una sala da pranzo dove nessuno mangia, un tavolino sghembo con bicchieri in bilico, una bottiglia di veuve cliquet, una ragazza alta con un vestito di raso pervinca che fuma una sigaretta spenta, un paio di giovani preoccupati della marginalità e la padrona di casa, fragile, che fa guizzare lo sguardo e non parla con nessuno. Ora si avvicina alla ragazza in raso, lentamente ma con intenzione. Lei se ne accorge, si tocca il naso, ancora il naso, c'è una corrispondenza per nulla simbolica tra i gesti, ma tocca registrarla. Anche perché ora sembrano annusarsi eppure sono ancora lontani, lui sembra godere il momento, il lento avvicinarsi dei corpi, la percezione dell'irreparabile, anche se non ha nulla in mente che non sia produrre un moto, un'accelerazione delle particelle, una reazione chimica qualunque che innesti una variazione d'intensità nella penombra della stanza.
- Hai visto Cesare? La mostra? Lui non la voleva la testa di Pompeo. E invece gliel'hanno servita su un vassoio, fumante, con il sangue rappreso a incoronarlo.
Lei l'ha guardato per tutto il tempo e non ha detto nulla, ha provato a mettere nello sguardo una nota ironica, disinvolta ma guardinga, e ora è disarmata, precipitata nel silenzio che non è vuoto ma pausa da riempire con urgenza. Ora ha cambiato occhi e non se n'è accorta, ma lui la scruta e nota la malinconia che l'ha aggredita a tradimento, vorrebbe abbracciarla per non vederla più e i loro corpi sono così vicini e i loro nasi si annusano come se l'aria della stanza non fosse più sufficiente a separarli.
Solleva il bicchiere per bere e le bollicine ancora guizzano e le colpiscono il naso. Le posa una mano sul polso sottile e abbassa il bicchiere lentamente, come se il tempo si fosse sospeso. 
Rimangono così, due corpi verticali che non si abbracciano, per un tempo interminabile, sospeso dal  crollo del tavolino sbilenco, che li separa in un sussulto.
Anni dopo, sopraffatto dalla nostalgia, l'uomo allungherà il naso verso le spalle della ragazza non più malinconica, non più in raso, e riposerà il capo sulla sua pelle esausta.

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domenica, 15 marzo 2009

Paolo


felice casorati

Quando provavamo ad elencare le nostre canzoni preferite, io in cima ci mettevo “Festa di piazza”. Con tutto il corollario di luci spente e di palchi smontati in fretta. A te ne piacevano altre. Ma non era quello il punto. Il punto era che perché a me piacessero queste. Non riuscivi a capire e mi guardavi con un sorriso spento ma non rassegnato. Io dicevo non so e mi vedevo muovere le mani.
Non ero un tipo triste, non ancora almeno. Ma mi portavo dietro quella malinconia che mi piaceva, che mi faceva allegria. Andavamo allo scientifico, classe A, e forse era stato un errore per entrambi. Tu eri tra i più bravi della classe, io tra i peggiori. Stavi in terza fila, non eri tipo da prima. Io in ultima, ero tipo da ultima fila. Nei temi, soprattutto, eri il migliore. Una volta la prof, Cannistrà si chiamava, ti fece leggere ad alta voce un tuo tema e pensai che fossi davvero bravo. Eri intelligente e pacato, nei toni e nei modi. Io me la cavavo nei temi e per il resto andavo serenamente a picco.
Di pomeriggio venivo da te, una casa grande e grigia, si entrava da un cancello di ferro e si arrivava a un vasto cortile di ghiaia rumorosa, che divideva il palazzo da un magazzino di lamiere. Giocavamo nel garage con la Polistyl, la pista delle macchinine e poi a ping pong e a pallone, incespicando allegramente nella ghiaia. Lunghi pomeriggi da adolescenti, senza presenze femminili, né assenze, né fantasmi. Nessun desiderio che non fosse giocare fino a stancarsi le ossa. In casa si beveva aranciata e si ascoltavano i cantautori italiani, senza particolari entusiasmi.
Le estati erano lunghe e afose e per riempirle, gli insegnanti ci assegnavano montagne di compiti a casa. La prof di italiano, l’unica che mi bocciava con riluttanza, ci dava da leggere narrativa italiana, per lo più resistenziale. La casa in collina, Uomini e no, il temibile Metello, Il sentiero dei nidi di ragno. A me piacque molto Conversazione in Sicilia e tu facevi di sì con la testa mentre te lo dicevo. Io mi accaloravo e tu mi dicevi di sì, ma stancamente. Parlavi poco, sceglievi le parole come se fosse una fatica decidere quale usare, come se non volessi sprecarle. Una volta mi hai interrotto, dicendo: “Ma io non capisco”. Io ti ho detto: “Cosa?”. E tu mi hai parlato di un passaggio del libro. Sono rimasto zitto un attimo a riflettere. “Ma non c'è niente da capire in questo passaggio. E' così e basta”. Ma tu scuotevi la testa. Io ho ripetuto le mie spiegazioni tre o quattro volte, cambiando le parole, provando a esporre gli argomenti con la massima chiarezza possibile. Ma tu non eri convinto.
Ero stupito. Quel passaggio non mi sembrava per nulla difficile, senza altra interpretazione che non fosse quella scritta sulla pagina, limpida, inequivocabile. Eri troppo intelligente per non capirlo. Ma più procedevo nei miei tentativi di spiegazione e più non capivi. A un certo punto ho cominciato a confondermi. Tu continuavi a guardarmi e a dirmi, senza alcuna enfasi né sfida, che non capivi. D'improvviso le spiegazioni sono sembrate insufficienti anche a me. Quel tuo ostinarti a dire no, a non accettare la logica che ti proponevo, hanno finito con lo scalfire anche le mie certezze. Non che avessi cambiato idea. Quel che pensavo, che dicevo, continuava a essere giusto, corretto sul piano logico. Ma non bastava. Non bastava più.
Nei mesi successivi i nostri dialoghi, i nostri pomeriggi, ripresero regolarmente. Ma notavo che in te qualcosa stava impercettibilmente cambiando. La pacatezza dei modi, che prima inquadravo nella categoria dell'eleganza dei gesti e che riusciva a infondermi sicurezza e tranquillità, si era come stratificata in un silenzio inquieto. E la tua faccia, il tuo sorriso, non bastavano più per capire cosa pensassi, quali sentimenti ti agitassero.
Poi la scuola è finita. Io ero arrivato al traguardo inaspettatamente e cominciavo il percorso della mia resurrezione personale. Aspettavo la chiamata della leva e intanto provavo a lavorare. Polizze vita, porta a porta. Seppi che non ti eri iscritto all'università. Non ricordo se ne avessimo parlato, ma mentre io allora navigavo a vista e non avevo la minima idea di quale sarebbe stato il mio futuro, mi pareva chiaro che tu fossi destinato, quasi predestinato, a iscriverti a un'università letteraria o forse scientifica.
Mi dissero che tuo padre era morto all'improvviso e che ti eri trovato di fronte a un bivio: gestire il negozio di ferramenta di famiglia o iscriverti all'università.
Un giorno aprii la porta di metallo di via Vittorio Emanuele e ti trovai dietro il bancone, a mezzo busto, come mai ti avevo visto. Sembravi pacificato, quieto come sempre e gentile, ma con il volto chiaro e leggibile di chi ha trovato un equilibrio. Avevi smesso di non capire. Io cominciavo allora e non ho mai più smesso. La vita per te, dopo essersi arenata in una secca, aveva ricominciato a fluire regolarmente, un lungo fiume tranquillo che non portava da nessuna parte.
Non so che fine tu abbia fatto. Non ci siamo più rivisti. Ma ormai non c'era più nulla che potessi dirti, nulla che tu non sapessi già.

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lunedì, 16 febbraio 2009

Ronda su ronda

Ho paura che mi stuprino. Che infilino il loro membro scuro ed enorme dentro il mio corpo sfibrato e che facciano di me un pervertito.
Ieri ho fatto una passeggiata a Porta Furba. Mi sono fatto accompagnare da un paio di amici forzisti, di Forza Nuova, che conosco da anni. Li ho pagati. Una ronda privata. D'ora in poi mi seguiranno ogni volta che uscirò. Mi faranno la ronda intorno. I miei angeli custodi. Con i loro spray al peperoncino e il tirapugni metteranno in fuga i romeni, i tunisini. E i froci.
Sono dei bravi ragazzi, loro. Gli uomini della ronda.
Ieri hanno rotto il setto nasale a uno spacciatore di merda. Ma è stato un eccesso di entusiasmo. Se ne stava dietro un albero, tutto magro, con il suo naso schiacciato. Ha allungato la mano verso di noi. Non poteva sapere, che c'erano loro, la mia ronda privata.
Io una ronda la regalerò per Natale alla mia fidanzata Camilla. Sarà una ronda bellissima, tutta colorata. Danzerà intorno  a lei e saremo felici.

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mercoledì, 07 gennaio 2009

La solitudine affocata della bella estate

Autoreverse"Proprio in questa fase di trapasso, in questa momentanea pausa della sua accanita operosità intellettuale, lo colse il demone della solitudine, quella solitudine amorosamente vagheggiata come il minore dei mali, che poi d'improvviso ti mostra la sua vera faccia e t'opprime come una condanna. La solitudine affocata della bella estate, della feria d'agosto, quando perfino il lavoro, che stanca, ma che salva t'abbandona".
Massimo Mila in ricordo di Cesare Pavese - da Autoreverse - Francesco Forlani - L'Ancora del Mediterraneo - 2008

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lunedì, 15 dicembre 2008

Un anno in dieci libri

Il tempo materialeL'uomo senza qualitàLMVDM La mia vita disegnata maleLa GiudìaLa separazione del maschioLe Cinque Giornate Bisognerebbe occupare anche le bancheSe consideri le colpeDonnarumma all'assaltoAtti innaturali, pratiche innominabiliRevolutionary Road

Giorgio Vasta, Il tempo materiale. 2008. Una rivelazione. Le Br come non si sono mai lette. Come dice Rossano Astremo, "una lingua superba, ricercata, precisa, suggestiva, ossessiva e visionaria". "Alla fine delle parole comincia il pianto".
Robert Musil, L'uomo senza qualità. 1930. Un capolavoro, non c'è bisogno di dirlo. Basta leggerne qualche pagina ogni tanto per capire cosa vuol dire scrivere e pensare. "La lotta sorda fra sporcizia costantemente introdotta e grossolani sistemi di pulizia".
Gipi, Lmvdm, La mia vita disegnata male. 2008. Un romanzo a fumetti, ma anche molto di più. Citare Andrea Pazienza è scontato, ma non si può farne a meno. Sfrush. 
Sandro De Feo, La giudìa Roma, 1963. Non lo conosce nessuno. E non si capisce perché. Tutto il contrario della neoavanguardia del gruppo '63. "La stringevo come un disperato, come si stringe una povera morta adorata quando il corpo è ancora caldo".
Francesco Piccolo, La separazione del maschio. 2008. Un libro da leggere, da bruciare, da proibire, da rileggere. "Qualche anno fa, a qualcuno è venuta l'idea di spruzzare della polvere di cacao nel cappuccino. Come se il cappuccino così com'era non bastasse più".
Luciano Bianciardi, Le cinque giornate. 1971. Un Bianciardi per intenditori, per chi si è già nutrito della Vita Agra e del Lavoro culturale, e guarda un genio che si spegne in esilio a rapallo, con fierezza e rabbia
Andrea Bajani, Se consideri le colpe. 2007 "Cordiali saluti" era un piccolo capolavoro di feroce umorismo. Questo è un veleno tranquillo che ti entra dentro lentamente.
Ottiero Ottieri, Donnarumma all'assalto. 1959. L'utopia olivettiana in un romanzo-reportage incredibile, che oggi ci si dovrebbe vergognare a scrivere ancora. Da leggere insieme al Padrone di Parise e a Memoriale di Volponi. "La disoccupazione lo spinge da dietro, come una brama oscura, viziosa, di cominciare subito, e gli ha consunto il viso. Oggi, vicino alla S., la sua intelligenza meccanica e spaziale di ieri, si è sciolta in una attesa atona e viscida"
Donald Barthelme, Atti innaturali pratiche innominabili. 1968. E'  stato il più grande scrittore di short stories minimaliste e surreali, ispiratore di Carver e David Forster Wallace. "Kellerman, giganteggiante per il gin, attraversa di corsa il parco a mezzogiorno con il padre nudo infilato sotto un braccio. Il vecchio Kellerman cerca di ripararsi con tutt'e due le mani e ulula nel vento impetuoso, sebbene talvolta canti nel sole radioso". Grazie a Minumum Fax.
Richard Yates, Revolutionary Road. 1961. Il romanzo perfetto. Per quelli che lo scoprono solo ora che Hollywood ne fa un film. Bellissimo e tremendo, la dissoluzione della famiglia borghese. Dimenticato per decenni e riscoperto dalla solita Minumum Fax qualche anno fa.  

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venerdì, 12 dicembre 2008

Dormiveglia

Francesco D'Isa - Opera

Ho parlato ancora.
Nel mondo subnucleare. Una frase biascicata ma nitida. Non capisco cos'ho detto. Mi manca l'appoggio, slitto. Sono disteso, orizzontale, sono vivo. A cosa mi riferivo. Sono sveglio, dormo, sono nel limbo. E' successo ancora e non posso farci nulla. E' un fenomeno chimico, non devo preoccuparmi. E' il dormiveglia, purgatorio, terra di nessuno, bagnasciuga. Non sei responsabile, non sei tu. Ho detto una cosa, l'ho pensata, prima o durante. Dopo no. Sono vivo, penso. Regular movement eyes, non arrivarci mai. Non ti lasci andare, non ti rilassi. Ti perdi molto. La massa encefalica, il mantello cutaneo. Rivuoi la scelta, rivuoi il controllo. Opponi resistenza. Presogni, precordi. Ma non basta, non ce la fai, esondi, abbassi le difese. Una volta precipitasti. Sudato, il torso proteso in avanti, l'occhio sbarrato. Eri caduto in un burrone, il piede in fallo, il corpo appeso, trafitto. Eri vivo, non parlavi, non pensavi. Ora segmenti geometrici, grappoli di lettere. Parli senza saperlo. Sei fermo lì, immobile. Tono emozionale in calo, segnali sensoriali in fuga. Mioclonie ipniche. Per fecondare un ovulo, duecentoventi milioni di spermatozoi dispersi. Entropia. Dissipazione. Allucinazioni. Paura.
Nel dormiveglia ti ho amato.

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giovedì, 04 dicembre 2008

Camera a infrarossi

da Microfictions, di Regis Jauffret, Gallimard 2008 - traduzione cicciobandini

     - Sono entrato a casa sua attraverso la porta semiaperta del giardino.
La televisione della cucina era accesa e una concorrente aveva appena vinto un aspirapolvere. Sono salito al primo piano, i passi sulle scale hanno fatto più rumore delle lamentele soffocate dalle lacrime. Si lagnava di non essere riuscita a strappare la macchina o il viaggio in Egitto. Il piccolo corridoio era illuminato male da una finestra con le persiane abbassate. Sono entrato nella camera oscura, lei aveva tirato il pesante tendaggio di velluto. La luce lampeggiante di un computer in standby dava l'impressione che una camera a infrarossi sorvegliasse la camera. Distinguevo il letto a due piazze e la sua figura in posizione fetale. Mi sono tolto con precauzione le scarpe, mi sono spogliato, ho sollevato il piumone e le sono scivolato accanto. Mi sono incollato sul suo corpo morbido e caldo. Avevo voglia di addormentarmi, di stringerla nel sonno come se fosse mia. Ma sapevo che tra un quarto d'ora sarei dovuto partire.
     - L'ho girata sulla schiena.
Mi ha lasciato fare. Le ho baciato la bocca dalla lingua immobile. Ho accarezzato i seni che hanno tremato appena sotto le dita. Il suo sesso è diventato umido quando l'ho toccato. Ho spostato le sue braccia, le ho trattenute contro il materasso. Il mio sesso è entrato in lei, non si è mossa. Mentre facevo l'amore,  sospirava appena, come se stesse ancora sognando. Poi si è messa a gridare e siamo venuti insieme.
     - Nel corridoio, ho guardato l'orologio. 
Mi sono precipitato giù dalle scale.  In televisione, una voce d'uomo annunciava una tempesta nel Sud-Ovest. Fuori, il sole brillava tra le nuvole, ma continuava a piovere. Mi ero dimenticato dove avevo parcheggiato l'auto. L'ho ritrovata in via Jean-Jaurès davanti a un negozio di giocattoli e di oggetti per scherzi. In ufficio, il personale assisteva a una riunione improvvisa. Ho spiegato che avevo dovuto portare la mia bambina in ospedale.
     - Si è ferita cadendo da un tavolo dove era salita per prendere il suo orsacchiotto.
Mi ha telefonato la sera dopo per dirmi che suo marito avrebbe lasciato la casa mercoledì mattina, il tempo di una puntura in infermeria. Voleva che questa volta la mettessi a ventre piatto e le attaccassi le mani ai piedi del letto. Ha riattaccato senza dirmi arrivederci. Ho aiutato la mia donna a lavare i bambini. Più tardi abbiamo cenato guardando un film regalato dal supermercato per aver comprato pannolini.

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martedì, 25 novembre 2008

Pietre blu

da Microfictions, di Regis Jauffret, Gallimard 2008

- Sono scorticata viva.
Soffro e non dimentico niente. Anche le persone che mi sconvolgono involontariamente, mi provocano un dolore insopportabile. Mio marito mi ha lasciato otto anni fa, e ogni sera continuo ad attenderlo, come quel 7 giugno del '99, dal quale non è mai più tornato. Se n'è andato con una donna, con un uomo, ma la cosa più umiliante per me è che non se n'è andato con nessuno. Ha preferito la sua solitudine alla mia presenza. Mi hanno detto che viveva in isolamento. Quando lo si scorgeva in una reception, somigliava a un uomo di cemento nei cui occhi brillavano due pietre blu. Se gli si rivolgeva la parola, rispondeva ridendo, ma si sentiva che era ancora rinserrato nelle quattro mura e che buttava parole dalla finestra con la concentrazione di chi getta l'immondizia.
- Non mi ha neanche lasciato un bambino.
Sperma avaro il suo, rifiutava di offrirsi, di fecondarmi, di mischiarsi a me per l'eternità.
- Un bambino, niente vi impedisce di immaginare che egli si riprodurrà un giorno.
E che passo dopo passo, la sua discendenza si perpetuerà all'infinito. Fare un bambino con qualcuno, è illuderlo di avergli fatto un regalo per l'eternità. Mi ha lasciato temporanea, foglia ormai non troppo verde, con le macchie ocra che si spegneranno quando avranno vinto. E io cadrò morta e sterile come la foglia di un platano.
- Preferisco non parlare di lui.
E' una tortura. Un fuoco che mi consuma e che non lascerò più spegnere. Lo conservo in me, lo alimento della mia collera, del mio amore, dell'odio di quelli che non dimenticheranno mai che hanno amato, e preferiscono ancora soffrire piuttosto che perdonare. Se lo credessi, soffrirei troppo a vederlo, a riconoscerlo, e si allontanerebbe come un'onda strisciata, di quelle che lascia la gomma dopo aver cancellato un tratto di matita.
- Ti amo.
Glielo avevo detto, lui era restato silenzioso sul letto. Lo sguardo verso il soffitto, come se cercasse di tradurre in una lingua straniera. Aveva paura di dirlo a sua volta, di mentire, perché un giorno avrebbe finito per non amarmi più. L'amore è semplice come l'amore, non pensa, non riflette, e se si ragionasse prima di amare, voi sapete bene che non si amerebbe mai.
- Non amerò più.
L'amore, mercato delle vittime, nel quale io ho troppo a lungo venduto il mio fascino, la mia giovinezza. E pianto fontane d'acqua, come se, smontate le bancarelle, avessi voluto sciacquare il marciapiedi.  

(traduzione cicciobandini)

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sabato, 01 novembre 2008

A me pare

Antonio Donghi 1897-1963

A me pare di non avere nulla da dirvi.
La sera, quando siamo seduti l'uno di fronte all'altro all'ennesimo ristorante, di fronte all'ennesimo nero d'avola, mentre mi raccontate della vostra giornata e di come vogliate cambiare lavoro, ma questa volta dite sul serio, di fronte al vostro ennesimo rituale di seduzione, al vostro ennesimo trucchetto da quattro soldi, perfino di fronte al vostro ennesimo e sincero tentativo di capire, io mi ritrovo a sorridervi stancamente e a pensare che davvero non ho più nulla da dire, nulla, a voi e in generale a nessuno, perrché quella scintilla che casualmente si innescava nella corteccia provocando un pensiero, un sentimento, un moto qualunque ma naturale, istintivo, sentito, quella scintilla semplicemente non c'è più, è stata sostituita da una stanca ripetizione dei gesti, delle parole, da un ribollio interno che non trova esiti al di fuori, un rimescolio drammatico che non ha nulla a che fare con le vostre parole maldestre, i vostri concetti poveri, i vostri manierismi, la vostra ipocrisia di donne sedute sulla vostra dignità, intente a guardare l'ennesimo uomo per lusingarlo, amarlo, provare a capirlo e possibilmente disprezzarlo.

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lunedì, 27 ottobre 2008

un capolavoro da bruciare

questa storia degli uomini poligami, degli uomini bamboccioni, che non sanno resistere al sesso, alle tentazioni, degli uomini che sono incapaci di fedeltà e passioni eterne, degli uomini che non sono più quelli di una volta, questa storia che tanto nausea, a ragione, le donne, questa storia è più complicata di così e se hai una donna che ami e una figlia e hai 40 anni, finisce che entri ed esci dai portoni, non trovi il bottone d'apertura del cancelletto, ti smarrisci, ti guardi intorno confuso ed esci dal libro di Piccolo frastornato e infelice, confortato o definitivamente sconfitto, con la sensazione che questo libro dovrebbe essere proibito e bruciato sulla pubblica piazza oppure letto e divorato dagli uomini e dalle donne, per trovare la via d'uscita o non uscire più.

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domenica, 05 ottobre 2008

Romina

Cosa vedi dalla finestra, cosa vedi, vedo Romina, gesso bianco su muro sbrecciato di villa Pamphili, gesso bianco di mano che ha inciso, gesso bianco di uomo o donna delusa, Romina, appunto, o amica di Romina che con le mani in tasca camminava nel gelo alpino di monteverde rinchiusa nella densità dell'odio, gesso bianco che recita muto sul sottofondo paludoso di una domenica autunnale, gesso bianco che scrive in spessore licenziata con tanto di sbaffo allungato sulla i, licenziata, e poi va a capo, come ad aver concluso faticosamente una storia antica, lunga e disperata, storia sigillata dentro una parola, licenziata, gesso bianco che scrive licenziata, con il suo sbaffo, poi va a capo, romina, il soggetto o l'oggetto del gesso, del gesto, del getto, e dopo Romina, 4 con il pallino, , che viene dopo uno e due e tre e li sottintende e li fa rivivere, e dopo, il gesso declina verso la fine, compie il suo dovere fino in fondo, annuncia, pronuncia, denuncia, licenziata, a capo, romina, , gravidanz, licenziata romina 4° gravidanz, si perde la a nella ruvida carezza ingessata del muro, lenimento e oblio di mano della donna-uomo che passando un giorno d'autunno lungo le mura declinanti di via vitellia lancia l'urlo silenzioso a pochi metri dalla mano che fonde e confonde il suo amore il suo umore dentro un'altra donna ina come romina, sibillina signora dei sogni.

postato da landolfix alle ore 12:43 | link | commenti
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lunedì, 22 settembre 2008

Ne comptez pas sur moi

Laisse moi tranquille.
Mi sono allungato verso di lei e le ho contato i capelli bianchi. Sono pochi, ha detto lei piano, ruotando il mento verso di me. Il suo naso, quasi piramidale, il taglio degli occhi minuscoli, la piega di sarcasmo amaro delle labbra.
T’inquiete pas.
La ragazza dai capelli biondi tinti, alla reception, mi ha sorriso con professionalità, come se fossi solo. Siamo usciti per rue de rivoli, un taxi si è fermato e ci ha portato a boulevard Saint-Germain. Siamo salito a piedi, il legno scricchiolava sotto le scarpe. Raffaella ci ha aperto in sottoveste, poi è tornata a letto e si è infagottata dentro un piumone. Ragazzi, ho le vertigini. Mentre correva verso il letto le ho visto le mutande, il culo che debordava mollemente. Ho pensato a poco prima, al petit zinc, quando Erika mi ha detto di essere nata sotto una cattiva stella. Mi era sembrata un'espressione ridicola, ma il suo sguardo perso mi ha gelato. Do troppo peso alle parole.
Doucement.
Le ho chiesto se piange spesso. Lei ha sorriso, ancora quella piega delle labbra, ha detto sì. Le ho chiesto se ha fratelli e ha detto no. Stupidamente ho concluso: sei figlia unica. Mi ha fatto cenno di no con la testa.
Sono restato un attimo a guardarla, non ho avuto coraggio. Suo padre è in pensione, lei non fa nulla. Mi sono chinato sul mio boeuf, lei sulla tartare. Da tanto tempo non ho coraggio. Da Napoli mi chiama il direttore. Come non lo sai, sei in classifica. Undicesimo posto.
Je est tout le monde et n'import qui
La gente non è come me. Ancora fastidio, ancora parole sbagliate. La vita che non ha senso, i rapporti sempre uguali e inutili, gli anni che ci portano via e tu che si capisce subito. Fatto, sorride, i nostri dieci minuti sulla vita di merda. Si ricomincia con frites e Chinon. La malinconia si infiltra, ho freddo, tu taci. Mi sa che non mi sei simpatico.
Attends.
Poi mi baci ed è come una supplica.
Doucement
Fammi uno squillo. Registrato.
Esco dalla porta, entro alla Hune, sfoglio Microfictions. La copertina è bianca, dentro ci camminano le persone, viste dall'alto. 

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venerdì, 22 agosto 2008

Coprofagia

Messaggio di stato su gmail: "temporeggio mangiando merda"

12.20 giuditta: merda?

 me: ti piace?

12.22 giuditta: no la merda non piace. a te?

 me: dipende, l'originale di elio mi sembrava un po' buonista. bevendo spuma

12.23 giuditta: io la toglierei

 me: perché?

 giuditta: perché è troppo popolare per te. tu non sei mai stato popolare. sei più marginale. marginal-chic

 me: sterco va bene?

12.25 giuditta: no. non è una questione di parole ma di azione. è l'azione che non ti si addice, cioè l'azione ti si addirebbe pure ma il confessarlo no. ti sarebbe più proprio una cosa tipo temporeggio piluccando. ma neanche no  non va bene  niente che abbia a che vedere col mangiare. temporeggio analizzando.  comunque fai un po' te

12.27 me: meglio così. bisogna uscire dal personaggio

 giuditta: no

 me: a parte che è una nota bukovskiana che c'è sempre stata, parallela al marginal chic, il marginal choc

 giuditta: ma bukovski non usava cose che userebbe anche il panettiere

  allora abbi il coraggio e scrivi: mi è sempre piaciuto scrostare la merda dal cesso pisciandoci sopra. a volte cacavo la sera e tiravo l'acqua la mattina solo per il gusto di pisciarci sopra e pulire tutto a pranzo

12.29 me: non mi capisci. il panettiere dice, che fai? mangio merda

 giuditta: ti ho sempre capito

 me: quello che esagera dice quello che hai scritto tu che è un esibizionismo copro fallico o come cazzo si dice. 

 giuditta: bukovski esagerava

 me: ma c'era della poesia in buk

 giuditta: e comunque il panettiere non dice temporeggio nemmeno se gli spari

 me: e infatti è questo il punto stavo per finire fammi finire il panett dice mangio merda  ma non dice temporeggio mangiando merda ed è dalla comunione di queste due forme antitetiche  la letteraria e la popolare che nasce la grande poesia,  la mia

 giuditta: semmai coprolalico semmai

 me: quello

 giuditta: comunque

12.31 me: comunque è coprofagico coprofagia mangiare merda

 giuditta: scrostare la merda col piscio non è coprofagia per nessuno motivo. annunciarlo in questi termini è coprolalia, comunque

12.32 me: io parlavo di mangiare merda

 giuditta: secondo me non ti si addice, ti sta male

 me: ma va bene

 giuditta: come le camice col botton down

 me: ma appunto che non mi si addice.  io li vedo tutti questi

 giuditta: non te le sei mai messe

 me: che scendono giù in mensa. e so già come camminano

 giuditta: col b.d.

 me: come sono vestiti.  la stessa camicia a quadri

12.33 giuditta: loro possono dire temporeggio mangiando merda

 me: vedo una giacca militare e so chi è e penso: ma non si possono scambiare le camicie cazzo

 giuditta: purtroppo per loro resterebbero loro stessi anche con un'altra camicia.  detto questo ti saluto

me: buona camicia a tutti

 giuditta: buona camicia a lei

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