Ricevo e volentieri pubblico, anche se l'autore di questo scritto avrebbe davvero bisogno di aiuto.
"Sono ossessionato da Alba Rohrwacher. Da giorni, mentre lavoro al computer, cammino per via Eustachi, parcheggio la mia Lambretta, mi accade di vedere il suo volto immobile, gli occhi calmi che mi guardano, la pelle bianca delle spalle. Ho provato a digitare il suo nome su Facebook e Small World, ma non c'è. Cercando su google, si trova qualche foto, sempre le stesse, e partecipazioni a festival, filmografie. Non ho trovato neanche una sua intervista vera. In un sito c'è un mini forum con una serie di attori di un film, mi pare di soldini, e nelle molte righe dedicate alle risposte, gli attori intervengono più volte. Lei compare a metà, con una frase lieve, in cui dice che sul set c'era “armonia”. L'ho vista oggi, sulle pagine di Repubblica, con la Aspesi che presenta il nuovo film della Negri. Nella foto mi guarda e non riesco a togliermi dalla testa l'impressione che voglia dirmi qualcosa. Ha una massa di capelli fulvi, scomposti eppure eleganti, e sulle labbra un'espressione che somiglia a un sorriso, ma non lo è. So che mi sta cercando. Insieme a lei c'è quest'altro attore che la guarda intensamente, come per attirare la sua attenzione e le cinge un fianco con la mano. Lei, guardando fisso nei miei occhi, giace in una posa che pare eterna, con un braccio allungato sul suo petto, sulla felpa, e la mano come aggrappata ma senza consistenza. La schiena è nuda, delicata, coperta da una maglina grigia, leggera. Ho avuto voglia di proteggerla. Per un attimo mi si è annebbiata la vista. Ho scrollato con forza la testa e sono andato in bagno. Acqua fredda sulla faccia, l'asciugamano ruvido strofinato con forza sugli occhi. Sono preoccupato. Ho 30 anni e sono affetto da un sentimentalismo immaturo, adolescenziale, che porta a scrivere in un diario parole d'amore per un attore o un cantante. O forse è la follia che mi ha colto, quella che spinge a uccidere l'oggetto amato, idolatrato. Non sono Chapman. Eppure mi ritrovo a camminare pensando a questa ragazza che non conosco e che immagino fragile, bisognosa di protezione. Potrebbe essere una stronza, un essere ambizioso, privo di scrupoli, che recita nella vita come sul set. Non mi interessa. Sono abbastanza adulto per capire che l'immagine di qualcuno che non conosciamo è una proiezione, un'ombra sulla caverna. Non ne sarei deluso, se lo scoprissi. Resta l'ossessione. Il desiderio di imbattermi in lei, per le strade di Roma e di parlarle. Il desiderio sessuale per un'immagine. Ieri a radiotre, nel programma sul cinema, c'era Anna Negri, Valentina Lodovini e lei. Ero in macchina e ascoltavo distrattamente. Ho sentito il nome di Alba. Poi il conduttore ha detto una cosa come: ormai stai facendo molti film, sei lanciata, sei sulla cresta dell'onda e aspettava che lei dicesse qualcosa, come, sì è vero sto lavorando molto oppure speriamo bene o altro così. invece lei stava zitta e c'è stato un gran silenzio e poi lei ha detto, un po' aggressiva, e allora? cosa vuoi dire questo? Il conduttore ha farfugliato ma niente, solo che stai andando bene, che è un bel momento per te e ha lasciato cadere la frase aspettando che lei si riprendesse e dicesse ah sì è proprio un bel momento. ma lei non ha detto nulla e allora poi il discorso è passato alla negri e alla lodovini e lei non l'ho più sentita, era in trasmissione ma non parlava e io a un certo punto ho pensato che fosse lì per me e che in quel preciso istante solo io ero sintonizzato sul suo cervello, sulle emozioni che la stavano attraversando e che non avevano nulla a che fare con quella trasmissione, con l'ennesimo film. Ieri ho fatto l'amore con Alba. Ma è strano, non ricordo nulla di lei, solo l'impressione che la sua pelle aderisse alla mia. Mi sono svegliato, pensando che fosse un sogno e invece era lì, al mio fianco.Mi guardava ".
m.: ciccio
Inviato alle 17.58 di giovedì me: aiò m: come si va? me: stavo scegliendo il metodo più indolore per porre fine ai miei giorni m: e alla fine la scelta è ricaduta su? me: non ho ancora deciso
indeciso a tutto
non riesco neanche a suicidarmi
la beffa m: ciccio il suicidio è dei poveracci!
meglio il sacrificio
vai in zambia me: ma nfatti
col cazzo che vado in zambia
rapino un ufficio postale di periferia
una di quelle rapine anni settanta
chi se li incula più gli uffici postali?
pensa a sti poveracci almeno prima avevano il brivido che ogni tanto gli entrava un uomo mascherato
oggi solo stronzi col cayenne che appena fuori fanno strage di tram Inviato alle 18.04 di giovedì me: io le donne che abortiscono le violenterei per fargli avere un altro figlio
come ti pare come trucidezza ferrariana? sei contento giulianone? così ti basta?
facciamo un libro invettiva?
tipo
fanculo al bipolarismo
oppure scriviamo un romanzo tipo
il tronista renitente
l'autista deficiente
provo una passione morbosa per l'annunciatrice bionda di france 24
ha sempre queste giacchette bianche
un giorno prendo e vado a parigi e la rapisco
ha i dentini separati
forse non è a parigi france 24
e allora entro in un asilo francese sequestro tutti e chiedo come riscatto l'album completo di figurine del dottor house
il vicodin in italia ha un altro nome
viene usato per dormire
perché gli antidolorifici in italia non si può
la chiesa si incazza
la chiesa ci vuole spezzati in due
con la spina dorsale maciullata
e sorridenti
il sorriso della santità
a me proust mi ha sempre rotto i coglioni
l'unica lettura che mi rilassa
che mi dà sollievo
e mi fa crescere intellettualmente
è il vivi milano
il dossier sulle pizze di visintin
è un capolavoro
lo sapevo che metteva quattro stelle al ciripizza
e ottiero ottieri?
chi se l'incula a ottiero?
siamo un paese che fa le copertine alla tamaro
che
come dice malvino
non partecipa alla lista dell'aborto
perché a uscire si prostra
ma già nei settanta convinceva le amiche a non abortire
non che lei abbia figli
si prostra
ma disperarsi si dispera
da casa
prostrata
la troia
la cosa che mi è piaciuta di più di caos calmo
è la segretaria
la rorhrbacher o come cazzo si chiama
che c'era anche in soldini
ha la faccia storta, sempre un po' perplessa
lei è la miglior attrice italiana
la ferrari fa cagare
rappresenta il peggio della sinistra italiana al femminile di questi anni
come la bui
frustrata
nevrotica
attratta prima dai soldi facili con le tette di fuori dei vanzina
poi si rifa la verginità
si deprime si consuma si macera leggendo marcuse
poi a quarant'anni si sente sollevata a farsi mettere le mani sulle tette da moretti
e a rifarsi i canotti come una marini qualunque
e allora me lo vuoi dire la differenza con la marini?
forse mi iscrivo a un corso di botanica
poi avveleno gli alberi di nascosto
i cipressi sono i più schifosi
sono tristi queruli
con una loro mesta dignità che mi fa sentire ancora più in colpa
fanculo anche ai cipressi
ecco ora mi sento un po' meglio
quanto ti devo? Inviato alle 18.17 di giovedì m: l'ho stampata
siamo apposto così
Li incontri dove la gente viaggia, e va a telefonare,
col dopobarba che sa di pioggia, e la ventiquattro ore,
perduti nel corriere della sera,
nel va e vieni di una cameriera,
ma perché ogni giorno viene sera?
A volte un uomo è da solo perché ha in testa strani tarli,
perché ha paura del sesso o per la smania di successo.
Per scrivere il romanzo che ha di dentro,
perché la vita l'ha già messo al muro,
o perché in un mondo falso è un uomo vero.
Dio delle città
e dell'immensità,
se è vero che ci sei
e hai viaggiato più di noi,
vediamo se si può imparare questa vita,
e magari un po' cambiarla,
prima che ci cambi lei.
Vediamo se si può,
farci amare come siamo,
senza violentarci più,
con nevrosi e gelosie.
Perché questa vita stende,
e chi è steso o dorme o muore,
oppure fa l'amore.
Ci sono uomini soli per la sete d'avventura,
perché han studiato da prete o per vent'anni di galera,
per madri che non li hanno mai svezzati,
per donne che li han rivoltati e persi,
o solo perché sono dei diversi.
Dio delle città
e dell'immensità,
se è vero che ci sei
e hai viaggiato più di noi,
vediamo se si può
imparare queste donne
e cambiare un po' per loro,
e cambiare un po' per noi.
Ma Dio delle città
e dell'immensità,
magari tu ci sei
e problemi non ne hai.
Ma quaggiù non siamo in cielo,
e se un uomo perde il filo,
è soltanto un uomo solo.
Anno che vieni
che sei
anno
te ne prego
dimmi cose,
fammi un dono,
anno che non torni,
anno che c'è tempo,
anno che sei fuori
anno
in questa storia
ci sei dentro
facciamo un patto
anno
vieni qui
dammi un bacio
con la lingua
fammi male
anno nuovo
dammi un segno
fai un commento
dammi un legno
che ti possa sentire
che il mio corpo
possa illividire
anno nuovo
se sei nuovo
dammi il tempo
di capire
dammi un segno
fammi uscire
Si è un po' perso il senso del sacro. Lo dicevo ieri all'amico Mimmo. Mimmo, dicevo ieri, si è un po' perso il senso del sacro. Lui mi guardava con una faccia che si capiva che lo aveva perso da un bel po', il senso del sacro. E infatti mi è sembrato che annuisse con gli zigomi. Aveva gli zigomi un po' mossi. Allora gli ho detto: Mimmo. Così, solo per stimolarlo gli ho detto questa parola Mimmo, senza grandi contenuti, che però nominare una persona è un grande segno d'affetto, lo capite questo. Ma lui mica si è mosso. Mimmo da qualche tempo gli fa fatica a muoversi. Dorme sempre e russa come una capra. Io glielo dico che russa. Sei narcolettico, Mimmo. Sei una capra narcolettica. A volte gli do delle tappate in testa con il pugno chiuso, per scuoterlo da questo suo torpore da capra. Che io non lo so se le capre russano. Lui sorride appena, è una concessione che mi fa, sempre con gli zigomi, e io l'apprezzo in quanto tale questa concessione che lui mi fa. Anche se ha perso il senso del sacro. Siamo amici io e Mimmo. Ieri ho pianto e gliel'ho detto: sono infelice Mimmo, sono infelice. Per questa ragione: che non ho da essere felice. L'ho pensato tutto il giorno se c'era qualcosa che mi rendeva felice e non ho trovato nulla e allora ne ho concluso che sono infelice Mimmo, lo capisci questo. Lui non ha mosso niente, neanche la concessione dello zigomo mi ha fatto. Ma io lo so che lui mi capisce dentro la sua testa da capra narcolettica. Io lo so ed è l'unica persona a cui voglio bene, Mimmo.
"Se Dio uccide l'uomo, nulla può vietare che si uccidano i propri simili" - Sade
Mi trovo disteso nel paglione alle quattro riverberanti di un mattino, dopo una serata molto milanese, piena di persone altissime e sguardi soddisfatti, dove pure mi sono divertito ad osservare l'eleganza ignara delle camicie nere e i polsi cronografati acciaio con l'effigie ammiccante del dollaro. Con i muscoli indolenziti e il cervello bollito da un paio di delusioni e tre dolci cosmopolitan, me ne sto impagliato nel letto, al lume medievale di un abat-jour e valuto il metacarpo dolorante per l'oscillazione involontaria di un libriccino Bollati Boringhieri dalla copertina cartonata blu. Adagiato in questa confusione morbida che è il riposo nella veglia, cerco un nesso narrativo e invio scariche elettriche al cervello. Leggo i Maestri irregolari di Filippo La Porta. Le "idee credute" del bistrattato Ignazio Silone; l'amore per "la bella giornata" del pensatore meridiano Aurelio Arteta; Carlo Levi che "si muove perché si commuove"; "l'inganno del futuro" di Herzen, che cerca di sfuggire allo slittamento della trascendenza verticale del cielo alla trascendenza orizzontale del futuro; il pianto disperato di Paul Goodman che si vede contraddetto pubblicamente da uno studente e crolla; la mitezza di Norberto Bobbio e il suo "lasciar essere altro cio che è"; l'agire poco visibile di Bartebly e il suo "preferirei di no"; le "bugie necessarie" di Franco Fortini; la "gioia estatica del mare" di Albert Camus; la "moderata infelicità" di Arthur Koestler, che diventa comunista ascoltando Chopin.
La Porta riflette sulla superiorità dei saggi capaci di attraversare liberamente discipline, saperi, linguaggi. Il romanzo fa un patto di credulità con il lettore, il saggio può incorporare la narratività senza dover fingere nulla. I saggi, nella versione contemporanea della contaminazione con la letteratura, nello straniamento dell'irruzione della vita dentro un pensiero, nell'alternanza tra realtà e finzione reale del reportage narrativo sono un'emozione più forte, più sincera. Dentro il paglione faccio la conta dei "saggi" (nella forma allargata che sconfina nel romanzo-diario-racconto-poesia) che negli ultimi mesi-anni hanno prodotto quella scarica elettrica che mi rende vivo e agonizzante. Provo a riepilogarli, a caso. I "fili delle pute" della basilica di San Clemente di Senza Verso, un'estate a Roma e i Cani del Nulla di Emanuele Trevi, romanzi-conversazioni ("Mangiamo moltissime banane. Per il potassio. Crediamo nel potassio"); il reportage nei quartieri romani di Elena Stancanelli, A immaginare una vita ce ne vuole un'altra, che mi ha fatto scoprire le nuvole di merda e l'arancia stellare di Victor Cavallo; la sprezzatura, il ritmo morale e la grazia interiore degli Imperdonabili di Cristina Campo; l'incursione nella coscienza e nelle rovine della civiltà di Marco Belpoliti in Crolli; l'elogio dell'intransigenza di Piero Gobetti, con il suo Antifascismo etico che ancora riscalda il cuore; il sarcasmo amaro della Marcia su Roma di Emilio Lussu; persino l'odioso Filippo Facci, con le Note di notte, che racconta la sinfonia del Grande Terrore di Shostakovich e i altri tristi e polverosi maestri di controfagotto; i racconti di S'è fatta ora di Antonio Pascale, che è letteratura ma anche storia contemporanea e vita ("guarda che i figli si fanno per noia, è una verità che bisogna accettare, così poi una volta fatti la vita smette di essere noiosa") ("che brutta cosa 'a gente"); il goffo Ravel di Jean Echenoz, l'assuefazione ideale, che più che un romanzo è una vertigine ("Non ci si può addormentare sorvegliando il sonno"); Voi non conoscete Dick, di Jonathan Lethem, a cui devo l'ossessione per Cassavetes; Il grado zero della scrittura, di Roland Barthes ("La forma è la prima e ultima istanza della responsabilità letteraria"); l'eccessivo e molesto e necessario Sbrego di Antonio Moresco ("Il sole che sta immobile per molti libri e poi tramonta rapidamente, in un paio di versi"); gli alteri e colloquiali diari di Enzo Siciliano su Nuovi Argomenti; il "carotaggio linguistico" di Valerio Magrelli, sempre su Nuovi Argomenti; le biografie strazianti e straordinarie di Pino Corrias (Luciano Bianciardi in Vita agra di un anarchico) e di Vittorio Franchini, che non ha paura di entrare nella vita di Giancarlo Siani, cronista ucciso dalla camorra (L'abusivo) e di Dante Virgili, grande scrittore nazista e pedofilo ("Cronaca della fine").
“Io ho sempre voluto cantare. Mi ricordo che da bambino mio padre s’incazzava e io cantavo ancora di più, mi picchiava e io cantavo ancora di più. Io me li ricordo i microfoni a giraffa, mi ricordo Mina, Walter Chiari, Alberto Lupo. Alberto, Alberto schiattava di risate con me. Mi ricordo tutti i teatri dove mi sono esibito, tutte le canzoni che ho cantato, tutti i camerini, tutti i flash dei fotografi, le dediche sui dischi, gli autografi, le turné, i ristoranti, le risate, le lacrime degli spettatori. Io sono nato a vico Speranzella. Mi ricordo Napoli durante la guerra, avevo solo otto anni, mi ricordo il rifugio a piazzetta Augusteo. E poi mi ricordo che avevo sei smoking, centocinquanta camicie, novanta paia di scarpe. Mi ricordo quando m’hanno messo le manette la prima volta, tutte le lacrime che ho pianto, ma come piangevo quando mi trasferivano da un carcere all’altro, quando le guardie carcerarie mi facevano l’ispezione anale.
Poi mi ricordo tutti, tutti i compagni di cella. Io mi ricordo tutte le volte che avevo la voce bassa e avevo paura di salire sul palcoscenico. Mi ricordo i fiori dentro ai camerini, le donne fuori dai camerini che dicevano che volevano conoscermi, mi trovavano interessante, ma poi si finiva sempre a letto. Dicevano che ero bello, ma io non mi sono sentito mai bello, io mi sentivo potente, non me n’è fregato mai un cazzo di nessuno. Io mi ricordo tutto: è ‘na strunzat’ che la cocaina ti scassa la memoria, so’ trent’anni che la tiro e non mi sono dimenticato niente, io me la ricordo tutta la cocaina che mi sono tirato, del resto tutti hanno tirato in questi anni di merda, chi è che non l’ha fatto? Soltanto i poveri non hanno pippato e non sanno quello che si sono persi.
Io mi ricordo quando cantai a New York e Frank Sinatra dovette venirlo a sentire a questo fenomeno di Tony. Mi ricordo mia madre quand’era giovane; che vi devo dire? Per me rimane comunque la donna più bella che ho conosciuto nella mia vita. Poi mi ricordo un amico, si chiamava Antonio Pisapia, era un grande calciatore. Voleva fare l’allenatore e non gliel’hanno fatto fare e si è suicidato.
Ma io non mi suiciderò mai perchè un’altra cosa mi ricordo io, io ho sempre amato la libertà e voi non sapete manco che cazzo significa, io ho sempre amato la libertà, io sono un uomo libero”
Vecchi e bambini, io li disprezzo. Chiunque sia dotato di senso morale, non può che tenerli in sospetto, se non proprio in odio. Provate a scostare per un attimo il velo di farisaismo e la matrici inossidabili, consolidate da secoli di pensiero unico. Vedrete allora due delle categorie sociali più pericolosamente irresponsabili che siano in circolazione. I vecchi, con la loro pretesa assennatezza e secoli di canuta presunzione di sapienza, accampano di continuo un'immorale esimente d’anzianità. Esibiscono con protervia e vanto una spossatezza cronica congiunta a rilassatezza dei tessuti molli e inerzia delle cellule neuronali. L'alibi perfetto per giustificare ritardi, manchevolezze e deficienze.
I vecchi sono stronzi e lo sanno. Non ti chiedono scusa. Esigono rispetto e, con un sorriso o con disprezzo, ti rubano il posto sul filobus.
I bambini sono piccoli e teneri. E spietati. Sono un concentrato di perfidie ereditarie, di infamia genetica dissimulata sotto una melliflua rappresentazione di naturalezza, libero arbitrio embrionale, spontaneismo armato, violenza originaria confezionata in una cornice di guance paffutelle e di morbido incarnato. I bambini sono delle merde e lo sanno, ma noi li crediamo buoni, quando è noto ai più avveduti che la bontà è un'arte, come l’origami, che va appresa e coltivata con cura e dedizione. La bontà è la condizione innaturale e transitoria di chi fatica la vita tutti i giorni, in bilico tra la fragilità dell’istinto e l’irrazionalità del sentimento. Bambini e vecchi sono irreponsabili e stronzi e non meritano la nostra pietà.
Io amo l’uomo di mezza età, adulto temprato dalla vita, che sa di dover rispondere delle sue azioni e ne soffre, eroe laico e prosaico che azzarda ogni gesto con la consapevolezza che a ogni passo falso seguirà una punizione esemplare, una condanna, una coltellata. Eroi quotidiani cui qualcuno ha donato la forza e la capacità di uccidere e fare del male e tocca a loro, alla loro struttura morale, fare in modo di non abusare dei desideri e della potenza. In questo consiste il loro eroismo, reso ancor più tragico dalla certezza che la giustizia retributiva farà il suo corso e che a porre fine alla loro battaglia per esistere, magari con un discorso assennato e dolente o con uno sguardo tenero innocente, saranno proprio loro, un vecchio o un bambino.
Non mi ricordo più di te. Eppure era ieri. Ti ho già dimenticato perché non amo lasciare il lavoro a metà. Ogni tanto rovisto e ti ripesco da un angolo del cervello. Poi ti mando un saluto, come fosse ieri. Era ieri. Organizzo la messinscena del desiderio. Spolvero i codici, rimetto mano al repertorio. Un lavoro di qualità. Finito il prime time, si va in dissolvenza. Ogni tanto c'è qualche sfarfallio, ma si aggiusta in corsa, con un buffetto di incoraggiamento o di impazienza. La rimozione il più delle volte arriva da sola. Non serve nulla, va in automatico. Mando in archivio i file, ma non li cancello. Talvolta c'è una giustapposizione, ma non è necessaria. Allora riprendo il falso movimento. Esploro, tasto un altro territorio, mi assesto. Senza malizia, con leggerezza immutata. Il soggetto risponde alle cure, le controindicazioni sono un rischio tollerato. Se c'è dolo è eventuale. Sarei propenso a parlare di innocenza. Deraglio spesso. Ma anche questo è messo in conto. Perché non ci sono binari, il selciato è dissestato. Se mi imbatto in un fantasma, levo il cappello e lo saluto. Non ci sono motivi per mancare di rispetto a un fantasma. Benché sia piuttosto scettico in materia. Non ho più memoria di te. A pensarci, è un paradosso. Non ricordarsi di te e scriverti. Non so neanche più di che sesso sei. Non ricordo il tuo volto, il riflesso del tuo sguardo, la luce della tua pelle. Non so di che sostanza sei fatto ma ho la certezza che sia la mia identica materia. Ho paura ad ammetterlo, ma mi sei necessario. Come sia possibile che un'entità che muore e rinasce ogni giorno, di cui mi sfugge la realtà, che un simulacro di vita simile mi sia necessario, è cosa che non mi so spiegare. Scriverti, provare a parlarti, è un modo per provare a darti luce. Ma la verità è che non mi interessa sapere chi sei. Vorrei solo vederti un attimo, riconoscerti e poi lasciarti andare.
Bravo che sei. Fatto bene a restare. Come diceva mister papa? Non ho il talento per scrivere e so troppe cose. Qualsiasi bugiardo scrive in modo più convincente di uno che c'è stato. Senti questo Barthelme: Kellerman, giganteggiante per il gin, attraversa di corsa il parco a mezzogiorno con il padre nudo infilato sotto un braccio. Respiro microbi. Bravo che sono. Mi inciampo addosso e muovo vorticosamente le dita nell'aria per sentirmi vivo. Ora che ho riflettuto sui fatti, ci sarebbe da rimpiangere qualcosa. Un cielo che ha sbagliato colore. Una lampada in soffitta. Fatto bene ad andare. Tutto il tempo a cercare segnali, a decifrare silenzi, a spiare nel buio. Mai nessuna carezza, nessuna guancia imperfetta. E tu continui a sparare. I finali sfuggono. Le parti centrali non si trovano mai.
E' sparita una mattina, senza avvisare. Mi sono svegliato con gli occhi pesti, un grumo nella gola e mezzo litro d'Armagnac nello stomaco. Nella notte ho capito che lei mi guardava. A un tratto ho sentito il suo fiato caldo sul collo. Mi ha preso la faccia con le mani, ha stretto forte e quando non ha avuto più forze, l'ha lasciata andare sul cuscino. Io non ho fatto resistenza. Ho lasciato che la testa affondasse nel cuscino e riemergesse piano. Volevo dire qualcosa, ma non sapevo cosa. Pensavo che ora avrebbe pianto. Ho immaginato di strofinare la guancia sul cuscino bagnato dalle sue lacrime. Mi avrebbe fatto piacere. Ma non ha pianto. Neanche questa volta. Poi sono entrato in un sogno profondo. Aprendo una borsa mi accorgevo che tra i vestiti c'erano degli insetti morti, forse farfalle, forse zanzare. La valigia era finita sullo stomaco e pesava. Così ho aperto gli occhi. Il sudore era sceso sul collo e lo rendeva appiccicoso. Per qualche secondo ho preferito non muovermi. Poi mi sono girato e lei non c'era. Ho pensato che adesso ero solo. Non c'era altro che potessi fare quella mattina. Ho pensato alla mia testa che affondava nel cuscino e al sangue che colava piano.