Quattrocento
Che idiota quest'ometto che scartabella freneticamente la data di scadenza, uncina la patta con sguardo beota e si infila dritto in un puttanaio. Bello dritto, stai bello dritto, che il tempo ti sta addosso, la volta lassù è un baratro, cascare in alto, deviare in avanti, stabilizzare l'omeostasi, stai su amico, rinfondera i tuoi cazzi, molla la giapponese alla sua vertigine scapolare, tienila fuori dalla tua portata, scarta il foglio illustrativo accluso e mastica bene, tritura, sminuzza, appoltiglia, dà i brividi questo traliccio di sorrisi sghembi, il gin è dietro l'angolo, la saletta tossici si riempie, stai su, mostrati in forma, città di merda, avevi detto bene prima di crepare, collassata sul muretto, le cosce spalancate, appiccicaticce, troieggiavi con classe dentro questa cazzo di luce strana, siamo triglie qua dentro, belli pieni, maturi, eleganti, energia a pacchi, ti leggo il codice a barre nel culo, mi ci avvito dentro, stai su amico, bevi il drink, stai su, è tutto un vomito qua, queste masse rallentate, questi detriti riciclati, hai la giapponese addosso amico, stai all'occhio, tienila per i capelli, fissala senza parlare, bello grosso amico, un grosso stronzo con i fiocchi, prodotto confezionato con cura, licenza commerciale, hai bisogno di un curatore per farla finita, rallenta, appoggiati a quel tronco, la vedi la resina, frantuma le formiche con la fronte, guardale negli occhi, hai bisogno di aria amico, respira, stai dritto, fottilli con l'astrazione, respira amico, respira, fottili con l'astrazione, respira.
Vita
Su Marte pare che ci sia vita. Ora cominciano le indagini per capire se c'è vita anche sulla Terra.
Egregio signor Danone
Lettera aperta alla Danone (che sarà seguita, se trovo lo scontrino, dalla richiesta di rimborso nell’ambito della campagna rinforzati o rimborsati con Actimel)
So che aspettava questa Mia e che la stessa Mia non Le farà particolarmente piacere. E’ uno dei motivi che mi hanno spinto a scriverLe. E me ne dispiaccio, perché l’ho sempre immaginata come un omone, grande e buono. Perché, vede - glielo dico con franchezza affinché tra noi non si frapponga il filtro deformante del malinteso - non mi sento affatto bene. Sono affetto da astenia, spossatezza, prostrazione, borbottii inguinali e continuo ad avvertire un insistente doloretto metafisico, oltre al timore, che senz’altro prima o poi si rivelerà fondato, di smettere improvvisamente di respirare. La flora batterica, poi, non sembra trovarsi a suo agio laggiù nelle mie profondità. Non che questi miei malanni siano di molto peggiorati in queste settimane. Sono mie peculiarità. Qualcuno dice che mi rendono persino interessante e la cosa, in effetti, mi fa arrossire di piacere. Ma, certo, non è questo il punto. Il fatto è che, La prego di credermi, i suddetti problemini non sono neanche minimamente migliorati. Non vorrei tediarla troppo a lungo con la mia cartella clinica, anche perché la so molto impegnato a rispondere ad altre letterine, ma dopo lunga introspezione sono giunto alla conclusione che mi era necessario scriverLe e chiedere la restituzione dell’importo dei dodici flaconcini, come da Lei generosamente promesso. A dir la verità ero tentato di andare oltre e di rivolgermi a qualche avvocato capellone dei consumatori e citarla per danni morali, avendomi lei indotto a confidare in un miglioramento della mia salute che non si è affatto verificato. Perché Lei mi ha creato un’aspettativa, come la peggiore delle amanti, e poi mi ha tolto il diritto e il piacere all’illusione.
Vede, io non ho mai dubitato della qualità del vostro prodottino, tanto che l’ho ingurgitato con piacere per diversi mesi. E ogni volta che l’ho assunto, mi sono sentito improvvisamente più energico e bello, un effetto placebo perfettamente funzionante. Fino a quando, con la sciagurata iniziativa del rimborso, Lei non mi ha costretto psicologicamente a verificare i reali effetti del misterioso fermento probiotico.
A quel punto è tutto finito. Castles made of sand fall into the sea, diceva il caro vecchio Jimi. Ebbene, ho atteso le due settimane con crescente tensione e l’esito è stato quello descritto: nessun sensibile miglioramento, con l’unico effetto di un immalinconimento generale causato dalla fine dell’illusione.
Eppure, egregio signor Danone, avrebbe dovuto saperlo che questa iniziativa era fallimentare. Queste cose me le aspettavo da una Wanna Marchi qualunque (sia detto senza offesa, che poi Lei è capace di querelarmi), non da un rispettato fermento lattico. Che può essere attivo quanto vuole, ma deve fare i conti con la realtà, che, ahinoi, è gonfia di variabili impazzite. Cosa vuole che siano 24 miliardi di lactobacillus quando si verifica uno di questi eventi più o meno gravi, che spesso tendiamo a somatizzare: chessò, un tradimento coniugale, l’accendersi di un mutuo, un’esternazione del nostro beneamato premier. E, non credo lo voglia negare, anche il regime alimentare ha la sua bella importanza. Perché se assumo una dose dell’ottimo actimel ogni santa mattina e poi lo sposo a pranzo e cena, per due settimane, con untuose fritture e rifritture, lardi, cotiche e trippe, l’effetto, Le assicuro, non sarà garantito. Se poi ci aggiungo le micropolveri, il virus influenzale, il mucosolvan, l’augmentin e miliardi di piccoli famelici acari, non credo che la cosa possa produrre il lieto evento predetto.
E allora lo vede che non aveva molto senso fare quella promessa, sia pure in buona fede? Lo vede? Se ne rende conto? Ammette ora di aver sbagliato? Del resto poteva anche prevederlo. Se la ricorda quella decisione del Giurì pubblicitario che decise la sospensione dell’altra pubblicità, quella con il papà-medico che prometteva con “un flacone al giorno” miglioramenti della flora intestinale e delle difese immunitarie? Vero che ammise il miglioramento della flora (la mia, a dir la verità, brontola ancora), però Le fece una bella tiratina alle sue grandi orecchie di papà. Ma Lei insiste. E allora se continua così, è doloroso dirlo, sarò costretto a tradirla con Lc1 o Abc, nonostante quella brutta confezione, o con qualche altra volgare imitazione.
Per ora mi limiterò, a malincuore, a sospendere l’assorbimento del fermento, sostituendolo con flaconcini bianchi diperdì che nulla promettono e nulla mantengono. In attesa del rimborso, lei invio i miei omaggi anche alla signora Danone e a tutta la famiglia.
Con stima (e spossatezza) immutata
Suo Ciccio Bandini
Messaggi
Mandò un messaggio, poi un altro, poi un terzo ancora.
Lei non rispose.
Il giorno successivo ne mandò altri cinque, l’indomani tre.
Da allora non smise più.
Regolarizzò gli invii: uno al mattino alle nove, uno alle tre del pomeriggio, uno alle nove di sera. Senza mai ritardare o anticipare di un minuto.
Il testo era sempre il solito, con qualche leggera variante. Una virgola, tre puntini messi alla fine. O tolti. Una maiuscola.
Qualche volta inseriva un punto e virgola. Ogni volta che premeva il tasto verde del cellulare argenteo aspettava pochi secondi, in contemplazione silenziosa del display luminoso. Poi, aspettava che si spegnesse.
Passata una decina di secondi, arrivava la ricevuta di ritorno. Il messaggio era giunto a destinazione, si poteva esserne certi.
Allora riprendeva le sue occupazioni abituali, preparava il caffè, si infilava i guanti di lattice per non rovinarsi la pelle con il detersivo, toglieva dalla gruccia una camicia bianca, fresca, perfettamente stirata. Apriva la porta. Usciva.
Di tanto in tanto udiva uno squillo, un suono acuto e breve che annunciava l’arrivo di un messaggio. Non interrompeva mai quello che stava facendo. Si limitava a lanciare un rapido sguardo al display, aspettava che si spegnesse la luce. Passava qualche minuto in uno stato di tensione trattenuta, poi allungava il dito e lo premeva sui messaggi ricevuti. Era Claudia che mandava gli auguri, il capoufficio che gli assegnava un lavoro, un amico che inviava la frase di una canzone. Ad ogni lettura la sua bocca si atteggiava a una smorfia che pareva divertita.
Lei non rispose mai. Per sempre lui ebbe il dubbio che avesse cambiato numero per non farsi rintracciare, che a ricevere i suoi messaggi fosse un’altra persona, un vecchio, uno studente, un impiegato di banca.
Chissà, forse la prima volta questi destinatari sconosciuti ebbero l’impulso di richiamare, per avvertire dell’errore. Ma non lo avevano fatto la prima volta e non ebbero più il coraggio di farlo. Forse, invece, guardavano il cellulare con aria sarcastica e ne scherzavano con gli amici.
Oppure, a riceverli, era proprio lei. All’inizio, pensò lui, li guardava con fastidio. Poi il fastidio diventò rabbia, la rabbia disperazione.
Solo da poco, immaginava lui, era subentrata in lei una specie di ammirazione verso tanta tenacia, quasi un sentimento di affetto verso chi era capace di una così inutile abnegazione. Immaginò che, alla vista del messaggio, lei sorridesse con dolcezza e, alle domande delle amiche sull’ammiratore sconosciuto, rispondesse muovendo il braccio nell’aria, con un gesto vago, misterioso. Qualche volta, ormai ne era sicuro, lei aveva avuto la tentazione di rispondere, di dare un segnale qualunque, anche solo rimandando indietro lo stesso messaggio ricevuto. Ma evidentemente ci aveva rinunciato.
Quei tre squilli al giorno, lui lo sapeva, scandivano il tempo che passava, annunciavano l’arrivo del mattino, il pomeriggio, l’avanzare della sera. Certificavano la loro esistenza in vita. Davano un senso al passato, una speranza al futuro. Erano un vincolo senza obblighi, una passione senza illusioni.
Un giorno, erano passati ormai otto mesi, il cellulare rimase muto.
La sveglia segnava le nove in punto e lei rimase a fissare il cellulare. Il silenzio nel suo letto si fece sempre più grande e il ticchettio dell’orologio sembrava accelerare, coordinandosi con il battito del suo cuore. Prese in mano il cellulare e entrò nella cartella dei messaggi ricevuti. Erano ottanta. Tutti uguali, tutti già letti.
Ne aprì uno a caso, lo rilesse a voce alta.
Nell’aria echeggiò un tono stridulo, sgradevole.
Schiacciò il bottone rosso a lungo, il cellulare si spense.
Estrasse a fatica la batteria e la scheda sim.
Le posò sul comodino, una accanto all’altra.
Ora la sveglia sembrava avere arrestato la sua corsa.
Anche il cuore non lo sentiva più.
Il silenzio, nella stanza in penombra, si era fatto perfetto.
Fu allora che chiuse gli occhi.
Parte seconda
Non fu facile dire sì. Dovetti superare tutti i retaggi psicologici che mi invischiavano in una maglia stretta di convinzioni e convenienze a raggiera, ognuna vincolata all’altra indissolubilmente, ognuna sufficiente a se stessa. Dovetti procedere con cura alla decostruzione, smontando pezzo per pezzo quella che fino a un attimo prima mi pareva una palazzina architettonicamente perfetta e indistruttibile. Pesavano anni di incrostazioni, stratificazioni di materia vischiosa, colpevoli inerzie. Ero un essere in perenne e passiva ristrutturazione, con i ponteggi a vista, dotati di allarme antintrusione.
Vederla e vedersi crollare fu un unico istante. La carne fu nuda. Sotto la pelle spuntavano le ossa, doloranti e dolorose, ma finalmente libere di uscire allo scoperto. Fu un attimo guardarla negli occhi e sentirmi innocente. Fu un attimo guardarmi allo specchio e scoprire con orrore che gli operai erano già al lavoro, con le tubature in spalla, alcuni accovacciati ad avvitare enormi viti ben oliate. La superficie del mio corpo era ormai quasi completamente avvolta in un nuovo, infinito, cantiere e lo specchio ancora una volta irraggiungibile alla vista.
Sbobba
La Margherita dice che Pannella vuole allearsi con Berlusconi perché è pieno di debiti e quindi lo accusa di essere un corrotto. Pannella, che ha già chiesto e ottenuto dal mecenate illuminato Soros un prestito di due milioni di euro, si indigna e dice che andrà con chi accoglie le idee radicali. Poi però dice ai poli di fare un sondaggio per vedere quanto pesano davvero. E non si capisce cosa c'entra il bilancino con i valori radicali, ma Pannella ha un canestro di parole e non sempre sono caricate a salve. All'Udc non piace il cotè libertario dei radicali, la Lega li considera mercenari, Forza Italia li vuole perché porterebbero il 3-4 per cento dei voti. Per lo stesso motivo li vorrebbero anche dalla Gad (il centrosinistra), ma Rosi Bindi odia Pannella.
L'indipendente di Malgieri (An) - da segnalarsi l'addio del trombato Giordano Bruno Guerri che l'ultimo giorno ha scritto: "nessun cazzo è duro come la vita" - scrive che a Rai International (direttore di An) è pieno di traduttrici dell'est (ovvero puttane, trattasi di regolamento di conti interno). La Russa tace.
Prodi continua nel suo incredibile silenzio sulla fecondazione ("sto studiando i quesiti") e dice no alle nozze gay e ni alle coppie di fatto. Sulla guerra è probabile il no al rifinanziamento, che è come dire sì al ritiro ma senza dirlo apertamente che sennò si sfascia tutto. Per il resto, tenersi forte, è in arrivo la Fed (un coso con dentro ds, margh, sdi e rep europei), antipasto del partito unico riformista, odiato dalla margherita che teme di essere mangiata dai ds. Intanto arriva il nuovo nome: L'Unione. E già si vedono i titoli: Fecondazione, l'unione si divide (la prima parola si può sostituire a piacere).
Fassino intanto trae il silicio (lo fa ogni settimana per tenersi in forma) e dice che sì, Craxi era un signor politico e ha capito, a differenza di quel coglione di Berlinguer, che i comunisti erano delle merde. Anche Mussolini, Alvaro Vitali, Cristiano Malgioglio e il bandito Mesina lo avevano capito, e infatti sono già stati rivalutati. Bobo Craxi dice che non basta, che Fassino continua a dimagrire e così non rispetta l'immagine del padre.
Intanto vengono fuori le lettere d'amore scritte da Formigoni a Tareq Aziz, grazie alle quali ottenne una fornitura di 24 milioni di barili di petrolio, secondo solo ai russi. Formigoni smentisce, il Sole 24 ore pubblica le lettere.
La Lega intanto si concentra sulle nomadi ladre di bambine e lancia il nuovo slogan: "Giù le mani dai nostri bambini o leggerete il futuro nelle nostre manette". Sulla Padania, un articolo dedicato alle due nomadi di Lecco si conclude così: "Dopo avere patteggiato una pena da Pierino, le zingare sono così tornate in libertà a portare il loro contributo alla società multirazziale".
Si slitta
Non mi ricordavo più a che punto ero arrivato, allora mi sono fermato e ho guardato davanti a me. C'era l'amico B., che inseriva gettoni nella macchina. L'ho chiesto a lui, a che punto era arrivato. E' rimasto con il gettone nella fessura, che non andava giù ma era come inghiottito. Mi ha detto che non lo sapeva a che punto era arrivato. Di guardarlo bene, perché in effetti sì, a un punto era certamente arrivato ed era quello e forse io lo sapevo meglio di lui a che punto era arrivato e guardandolo molto attentamente avrei saputo cogliere meglio di lui il maledettissimo punto a cui era arrivato. Allora l'ho guardato ma non lo sapevo. Vedevo un ragazzo con le rughe già avanzate, lo sguardo sfuggente, le scarpe sporche e la cravatta annodata. Lui non me l'ha detto cosa gli pareva di me. Ma mi pareva che ormai non importasse più. Così siamo rimasti fermi lì, un po' ingobbiti e ci abbiamo anche scherzato su. Il gettone poi è caduto e non ha fatto rumore. Allora ho pensato che non ci fosse un punto ma una linea. Poi ho pensato che anche questa fosse una cosa stupida e mi è tornata in mente una poesia di montale, quella dove c'è colui che ha veduto un istante e tanto basta a chi è incolonnato. A noi. Se siamo ancora in vita o forse è un inganno crederlo. Ho pensato a quelle due ultime parole della poesia che mi sono rimaste dentro per mesi e non lo sapevo che c'erano e ora erano tornate a trovarmi e mi avevano lasciato lì, a chiedermi a che punto ero arrivato.
Let me see your beauty when the witnesses are gone
Sono in una fase un po' intimista. Mi accovaccio negli angoli della cameretta. Rileggo i primi numeri di Zagor. Ascolto l'ultimo di Moltheni in sottofondo. Emetto suoni a infrarossi. Splendore terrore. Lacrimo sangue e me lo dipingo sul volto con un pennello di setola di maiale. Numero 18. Nick Drake, Elliot Smith, Coco Rosie, Devendra Banhart. Guaisco. Jolie Holland. Ululo. Faccio scorrere le unghie sul vetro. Appallottolo pezzi di carta. Cerco su Sky Capitan Harlock e non lo trovo. Madeleine Peyroux. Ci meritiamo un po' di felicità in più. Ha ragione Prodi. Tutta gente morta. Ascolto Tenco. Provo con Emily Tv. C'è Folena che parla. Folena. Gente morta che parla. Cani e amori. E altre anastrofi. Know that I love you. Know I don't care. Know that I see you. Know I'm not there. Sono indeciso. I pennelli mi commuovono. La punta è importante. A ventaglio, a cipolla, a spada, a tampone. A bombasino. Servirebbe un testo ortopedico. O delle vettovaglie. O una balestra. Si potrebbe cantare a occhi chiusi killing me softly. Si potrebbe leggere La torre di guardia. Please beware of them that stare, they'll only smile to see you while your time away. Non so se inscenare la morte o inscenare la vita. Anche Svegliatevi! andrebbe bene. Tre allegri ragazzi morti. Ascolto mentre mi parlano e mi vedo come Harold mentre la madre le dice le cose. Lui si punta la pistola alle tempie, con gesto ponderato e grave. Inclina la sedia all'indietro, lo sguardo terreo. La madre si ferma un attimo, lo guarda, poi riprende a parlare. Lui preme lentamente il grilletto e crolla all'indietro in un lago di sangue. La madre smette di parlare, lo guarda con aria impassibile e ricomincia. Harold, a terra, alza un sopracciglio, poi l'altro. Poi si tira su e si rimette a posto. Qualche minuto dopo è a testa in giù nell'acqua, morto. La madre lo guarda, scuote la testa e se ne va. Harold si asciuga, si rimette la cravatta e poi si impicca.
Poi viene da pensare che tutto, alla fine, ruota sempre intorno alla parola, scritta, detta, taciuta, omessa, evitata, evirata. Intorno a quest'ansia di classificare, notomizzare, delimitare. C’è qualcuno che ha perfino la pretesa di comunicare, con le parole.
(Sei un immaturo, te l’hanno mai detto?).
Mann diceva che l'impulso a denominare è un modo per vendicarsi della vita. Anche se poi la parola ti si ritorce contro. E anche il silenzio. Non c’è da farsi illusioni. Sia per chi del silenzio fa un uso, per così dire, terapeutico, utilizzandolo come agente (segreto)purificante, una sorta di spray disinfettante. Sia per chi ne fa un uso apologetico, non per fuggire alle risposte, ma per disinnescare l’irrazionale, l’attacco gratuito, e così uscire dal campo a testa alta, certo, portandosi via la palla. Il silenzio è un’ecatombe morfologica, un salto nel vuoto. Non ricordo quale cineasta situazionista realizzò un film nel quale, quando nessuno parlava, lo schermo piombava in un buio spettrale. Minuti che sembravano ore. Era il panico. Silenzio e buio facevano letteralmente impazzire gli spettatori. Era la fuga, disperata, immotivata.
Non a caso la parola viene usata anche per esorcizzare il silenzio, renderlo inoffensivo, sottrargli emotività. Ma invece di aggiungere significato, finisce per trasformarsi in un girare a vuoto, come una vite spanata che scricchiola nella fessura e non fa presa. Queste parole, per esempio, stanno girando a vuoto in queste righe, spazio troppo generosamente concesso da quell’entità che ci governa inutilmente. Tutta colpa di Residuo, per altro, che le ha evocate, invece di consegnarmi al silenzio che mi meritavo, che vi meritate. Perché poi, forse a causa del troppo affetto, si soffre di quella cosa che si chiama misologia, il rancore verso la parola. Amore-odio. Si cerca un’impossibile neutralizzazione semantica. Si lavora per sottrazione, si rielabora, si esplora, si deflagra. Una battaglia persa. Forse bisognerebbe seguire l’esempio di Magritte, promuovere un "movimento di liberazione della parola da qualsivoglia governo semantico".
Lavaggio del cervello
Declassificare il cervello, metterlo in ammollo, centrifugarlo, stirarlo, inamidarlo e indossarlo come una camicia fresca
L'allegria dei disperati
La morbidamacchina propone una serata di letture, accompagnata da tromba e chitarra, di poeti surreali, lunatici teatranti e pagliacci tragici: da Daniil Charms a Edoardo Sanguineti, da Karl Valentin ai surrealisti, da Achille Campanile a Slawomir Mrozek
Giovedì 3 febbraio, dalle 22, circolo Arci Artemisia, via Cicco Simonetta 16 (navigli) - Milano