Il silenzio di Dio
La lavapiatti rumena sputa cirri di Winston sul sipario di un uomo senza età.
Fondamenta delle misericordia costruita su un'assenza.
Mirela è povera, risparmia anche sulle parole.
Non reggeranno a lungo, le bricole, il peso del silenzio.
Impassibile, il giordano passa in rassegna i suoi fantasmi e non sa che farsene.
Sono già tutti morti.
Al Paradiso perduto Adamo ed Eva si tengono il broncio.
Il pianoforte bianco ha perso i diesis e non lo sa.
La ragazza si gratta i pensieri.
Il suo Ipod dà segni di squilibrio.
Sotto i legni fradici, la laguna affonda.
Il vento ha un ghigno amaro.
La linea d'ombra si sposta.
Il rito si compie.
L'officiante è in ritardo.
La fanghiglia brulicante - Segnalatzia
"...come esci dalla cerchia dei noti e fidati ti ingolfi nella fanghiglia brulicante e appiccicosa di mezze civetterie, mezze allusioni, mezze promesse, mezze corsette a farsi inseguire per poi schermirsi mannò ma dai ridacchiando vezzose dietro il ventaglio..."
da Sphera
Senzaclara
Carico di significato lo sguardo, poi lo scarico, lo rimetto in fondina. Ho la fronte zigrinata, la pelle trafitta, il baricentro avanzato. Avanzo a piedi o con mezzi di fortuna. Mi fermo quasi mai, ruoto, mi scavalco, rinculo, finisco in dérapage. Il mantra si stende sulle ossa scarnificate. Occhieggio. Ascolto Clara. Non volere che Clara. L'arco plastico del suo braccio inchiodato alle scapole scheletriche compie un altro inesorabile trapasso verso il bianco e il nero dei miei tasti, batte le ore che rimangono senza clara, esercita la sua volontà come un orologio obbligato dal tempo a scandire i secondi che passano senza clara, e senza di loro e senza di voi e senza di me, e a chiedersi se a fine mese avremo ancora difese.
Qualcosa, ma cosa
Ti è venuta l'afasia, ti è venuta, eppure eri così loquace, spalancavi le fauci, mulinavi, smascellavi, deglutivi mucchietti di vocali, le apparecchiavi sulla mia distrazione e ci facevi su un bel banchetto, un formicaio di cazzate da ingoiare, senza avanzare nulla, senza mai andare a capo. E ora eccoti lì, con la lingua penzoloni, a sanguinare saliva, a elemosinare fonemi, con le corde vocali sbrindellate, l'iride color melanzana, a supplicarmi, implorarmi, come se ci fosse un rimedio, come se potessi salvarti il culo, come se parlare, parlare, ti potesse tirare fuori da lì, come se parlando, parlando, potessi davvero dirmi qualcosa, ma cosa.
Metti una sera al Cicco
Metti una sera al Cicco Simonetta, il poeta milanese Chinaski e De Angelis (senza Pozzoli) che leggono le poesie di Pedro Pietri. Metti che a un certo punto arriva un tizio con il cappello di panna e una camicia strana e si tormenta i baffetti e la barbetta, poi si avvicina al pianoforte scordato ciondolando e comincia a fare un accompagnamento lieve, guardato con dolcezza da un'arzilla anziana signora. Metti che quella signora è sua madre. Metti che poi Chinaski saluta e presenta il suo amico. Metti che il suo amico si chiama Vinicio e che rimane al pianoforte suonando una versione da brivido di Pioggia di Novembre (mentre fuori imperversa il nubifragio) e Con una rosa. Metti che poi suona otto canzoni mai sentite, che in questi giorni sta registrando per il suo nuovo disco. Metti che sono bellissime e c'è lui che danza al pianoforte e una urla "bravo!" e la mamma urla "ti ho fatto io così" e lui, senza smettere di suonare, urla: "Sì, ma Vincenzo mi ha perfezionato". Metti che a un certo punto ti sembra di vedere Carlos Gardel che si è fatto un giro al Cicco e si è messo a cantare in italiano. Metti che ci sono le solite bellissime parole - sabati passati all'ipermercato, giornate tra campari e berlucchi, una muchacha (ma sarà tra due dischi, dice...) , uomini che dimorano nella luce solare - e parole sussurrate e una musica che è tango e dolore e ironia. Metti tutto questo insieme e allora fai un sorriso beota e ordini a Melanie il tuo quinto bicchiere di Refosco.
Estate
Guardare "Intrigo perverso" su skymax, ascoltare passacaglie su radiotre, sbucciare pompelmi rosa, cucinare cacio e pepe, alternare accordi di si minore e fa diesis sul pianoforte digitale, bagnare compulsivamente piante morte, immergersi in "ghiaccio blu", leggere canetti, aggrapparsi alle sbarre di una finestra aperta, cercare un dialogo con il micio beige, acquistare un vecchio zagor, camminare in via cadore, comprare bottiglie d'olio a forma d'anfora, distendersi sul pavimento, provare un addominale, bere ribolla, aspirare vento, far scorrere lentamente il pannello liberty, girare maniglie, aprire cassetti, chiudere cassetti.
Ellittica
La sua voce ellittica si impasta su una vocale, supera di slancio una consonante e si ritrova a tu per tu con un accento imprevisto, che le fa girare la testa. Insiste sul labiale, sosta a ridosso del non detto e imita se stessa in una parentesi infinita, che non si chiude mai.
A tre anni disse la prima parola, indimenticata. Da allora il gorgo l'ha rapita, come un vizio assurdo.
E ora eccola quì, a far vento su se stessa, a inciampare in un silenzio.
Voi
Voi non siete così. Vi invento per essere, per esserci, per dar conto a me stesso di un io qualunque, per modellare la creta della mia anima e fingere di averla, un’anima.
Voi non ci siete. Ectoplasmi, simulacri, marionette, pupazzi da montare smontare buttare via.
Siete scaffali Ikea, pezzi di domino, mattoncini Lego.
Io vi odio e vi produco, cittadino modello della modernità.
Io vi amo e vi dono respiro e sangue, perché voi siete la mia quotidiana palingenesi, la mia vita che rinasce.
Quando il sole si spegne, coazione a ripetere, finisco per espellervi, bolo neuronale, escrementi, deiezioni invisibili.
Ho bisogno di voi e per questo vi amo e vi disprezzo.
Siete tutto per me, e nulla, perché anche la vostra parte in tragedia è mia, come le altre.
In pace
Che pace, eh, che armonia. Un bello spazio simmetrico e bianco, bordato di verde pisello, qualche sfrangiatura rouge qua e là, una spruzzata di parole arrugginite a smaltire la canicola nella quiete graticolata. Ci vorrebbe un tombino in ghisa, un bidone aristogatti, un'orzata gelata. Calzini a righe rosse. Ci si starebbe bene lì, a inoltrarsi nel lutto con allegria, a simulare un discorso, a gesticolare piano. Poi si dormirebbe, con addosso i calzoni lunghi. Il sonno inquieto di chi è in attesa di svegliarsi. E non si sveglia, non si sveglia mai.
"Hanno fatto un deserto. E lo chiamano pace".