Paolo e Ana, Kate e Pete
Poi ti viene da pensare il solito pensiero che non condividi, che ancora una volta siamo andati male. Che non abbiamo smentito la nostra fama, il nostro carattere, la nostra storia. Che anche nella tragedia manchiamo di grandezza, di senso dello spettacolo. Abbiamo trasformato quello che poteva essere un grande affresco hollywoodiano in una pellicola neorealista, in bianco e nero, una cosa un po' squallida, che non ti fa piangere ma ti lascia dentro un grumo amaro. Dal paginone colorato degli spettacoli siamo finiti nello squallore della cronaca nera. Guardi il condominio di Calissano, questo casermone senza pretese, dove va a morire la gente, e pensi a questo attore da telenovela che poteva diventare qualcuno e che invece si infila in ascensore con una ragazza della lapdance che lo ama perché pensa che lo salverà. Ha in tasca un tubo argentato cohiba, di quelli che generazioni d'Italia si sono portati via da Cuba, ben sapendo che potevano comprarlo al sali e tabacchi sotto casa. Nel tubo c'è quella cosa bianca che la Milano che si compiace chiama "bamba". Lui la "esce" e lei muore. Lei che diceva di amarlo, lei che lo conosceva da tre anni e da una settimana credeva di essere la sua fidanzata. L'uomo famoso fa mettere a verbale di non conoscere la ragazza della lapdance, di non averle mai dato la cocaina, di sapere a malapena il suo nome e la nazionalità. L'ultima furbata dell'italiano medio, la versione patetica e cattiva di un Gassman contemporaneo. Calissano è sfatto, l'avvocato già pensa a tirarlo fuori con un trucchetto da legali, l'infermità mentale. Kate invece occhieggia dai giornali dai divanetti patinati, è bellissima nel suo stivale nero lucido, la gamba scoperta, la bellezza demoniaca. Il Mirror spiega che è abilissima e le conta le strisce e il tempo per farle. Lei le dispone su una carta di credito scintillante e sniffa la sua dose per prima e poi passa felice alla chetamina, alla special K. A Genova Calissano la coca la mette sui cd, sui negroamaro, sulla pausini. Al suo fianco ci sono un benzinaio e una donna sconosciuta, sposata, ex prostituta, da poco ex operaia, disperata. Ana Lucia muore, lui dorme. La top model Kate al suo fianco ha la star del pop Pete Doherty. Lei non si uccide, finisce solo sui tabloid, si scusa, perde qualche contratto, si rinchiude in una clinica. Ne uscirà bellissima e pronta a ricominciare. Un drammone americano, con l'attrice fatale e perversa, che sbaglia ma trova la redenzione. E tutt'intorno gli altri che non si vedono e festeggiano con un'altra riga. Solo che alla fine non condividi più niente di quello che pensi e ti rimane solo quel sapore dolciastro. Pensi solo che forse ti fa più pena Ana che è morta e non solo perché è morta. Ma anche Paolo, con il suo maglioncino verde da bravo ragazzo e la smorfia di dolore che da mesi non nascondeva più. Ma forse sbagli.
Il repertorio è questo
Questi flutti sospesi tra l’alba e il tramonto
Questi fischietti abbandonati sulle altane
Queste bandiere rosse che promettono morte
Questi cuscini gonfiabili che nessuno gonfia
Queste montagnette di grumi di sabbia bagnata che ti entrano nel corpo
Questo sole che asciuga le anime
Questi flussi imprigionati tra il principio e la fine
Queste tette che ti guardano mollemente
Questi bambini sfacciati che corrono e ridono e corrono
Questi oceani di pori socievoli che si dischiudono al mondo
Queste dita dei piedi che si allargano e sorridono
Questi echi anomali che si perdono di vista
Questi giornali di cadaveri che si baciano e cercano una via d’uscita
Questi teli troppo neri distesi sotto cieli troppo bianchi
Queste pelli che si annerano
Queste peni che sballonzonano
Questi cazzi rinchiusi nelle stive
Questa patetica attesa di uno sbarco
Queste racchette bucate che non amano il gioco
Queste pinne palmate che sbattono l’acqua
Questi americani che non la smettono di ridere
Questi francesi così lineari stizziti incarogniti
Questi cervelli binari
Questi materassini cerati che ci tengono a galla
Questa offensiva implacabile di vene varicose
Questi bambini che si fanno uomini e non puoi farci nulla
Questa lebbra sorridente
Queste conchiglie che si sente il mare
Questi cellulari che si sente la città
Questi laccetti laschi su mutandoni sfatti
Questi gamberi di mare che nidificano sui ventri sporgenti di uomini mediani
Questa saliva che scorre come miele
Questi abbracci inerpicati su capezzoli che insorgono
Questi occhiali lenticolari che rifrangono le vite
Questi codici squadernati sulla rena
Questi sguardi fluidificanti
Questi corpi senza difese
Questi occhi in avanscoperta
Queste labbra screpolate di silenzi
Queste membra flaccide che si rilasciano
Questo sangue che scorre e trema
Modulazione di frequenza
Provo a sintonizzarmi sull'intermittenza dei suoi occhi. Non ho nulla da rimproverarmi. L'abbraccio. Mi incupisco un po'.
Il viaggio è lungo
Hai un taglio sulla pelle, mi dice, e allunga una mano bianca verso la mia e avvicina gli occhi. Vedo il suo corpo flettersi, la nuca inclinarsi. La lascio fare. Le gambe contratte, mi preparo ad accogliere il suo odore. La sento respirare, un soffio lieve, regolare. Mi prende la mano, la gira sul palmo, la tocca. L’indice si posa su un rivolo di sangue, lo cancella. Resta un’ombra vermiglia sulla linea della vita. Fisso la copertina di un giornale che trema, intrappolato nella rete dello schienale. Non è nulla, mi dice. Il suo corpo è tornato verticale, la spalla nuda appoggiata al velluto, i suoi occhi davanti ai miei. La guardo, mi guarda, non ci sorridiamo, il viaggio è lungo, la pelle brucia.
Però seduti di fianco
Allora finisce che te ne vai, scivoli a casa, leggi la mail della tua amica immaginaria e cerchi di capire che direzione stanno prendendo le cose. Non lo sai mica qual è la direzione giusta delle cose. Vorresti solo restarci dentro, nelle cose, e vedere dove vanno. Dove cazzo andate, cose? Io andrei a Montebrugiano, sulle Apuane, che ci sono dei pazzi che vai a cavallo e mangi e sei felice. Si ha diritto a un po' di merdosa felicità, ogni tanto no? Lì ci si potrebbe parlare un po', anche in silenzio. Con le cose intorno, finalmente ferme, a fare un bel dejeuner sur l'herbe. E invece stai qui ad aggiungerne altre di cose. State ferme, cose. C'è quello che ha una storia con una di Francoforte. Ecco, ho pensato che è un po' così anche con te, come se tu fossi all'estero. Quella che si chiama una relazione a distanza. Sembra che noi si abbia una relazione. Sai Lodovica, io e te abbiamo una relazione. Ah sì? Certo, ne sono sicuro, ma è una relazione a distanza. Ci interfacciamo, ecco. Vigentino-Francoforte. Tra l'altro è un po' che non ci si interfaccia noi due. Io lo vorrei, lo. Invece Clooney è sopravvalutato. Vuoi mettere con l'Al Pacino di Insider? Non c'entra un cazzo il George. Lui, Al, alla fine della guerra del tabacco, ti cammina sulla sabbia e che tensione, che amarezza. C'era quella poesia, yeats, boh, saremo vecchi e passeggeremo sulla spiaggia con i nostri pantaloni bianchi. Clooney ha fatto una cosa onesta, un lavoro molto civile, come direbbe la piccola scassacazzi Marchesi o come si chiama. Io, le cose civili, non mi piacciono granché. Avrei voglia di qualcosa di incivile. Mi è venuto come un uzzolo selvaggio. Facciamo qualcosa di incivile? Una cazzata incivile qualunque. Che la facciamo noi. Noi dà un'aria di intimità al tutto. Avrei detto complicità se non fosse quello che è. Ci sono quelle che dicono: io vorrei qualcuno con cui essere complice. Io una così la mollo lì a metà rapina, come il palo dell'Ortica. Andiamo all'Ortica? Deve essere in zona Leoncavallo, Porpora. Si passeggia e ci si fuma una cosa. Le cose quando sono troppe finisce che si fumano. Come la siga. Anzi le sizze, come diceva un mio amico, più visto. Ci si può sedere su un marciapiede, in due, come quella cosa di montale che si slitta, però seduti di fianco.
Espoir
"Nous étions sûrs que le soleil se lèverait un jour, éblouissant comme le flash d'un paparazzi sur l'éjaculat d'une célébrité".
Régis Jauffret - Asiles de fous