Attorno un'acqua così stanca
"Tu hai freddo ma non sai né morire né piangere.
Triste tra i lungofiume cattivi
che ogni uomo quaggiù disprezza,
tu vai, fiume di città grigie
e senza speranze d'oceano"
Détours - René Crevel
E forse non è nemmeno vero
"Ricorderò sempre il prete di Travale, ottimo uomo e brillante oratore; quando l'ho conosciuto io era ormai vecchio e un po' svanito, ma da giovane sapeva davvero il fatto suo. Durante la settimana di Pasqua faceva la sua predica sulla passione e sulla morte di Gesù e le donne, ad un certo punto, nel sentir raccontare così bene la flagellazione, la tortura, la corona di spine, i chiodi conficcati nelle mani, la bevanda di aceto, si misero a piangere, tutte. Al buon sacerdote dispiacque di aver provocato tanto dolore, e così si interruppe e, rivolgendosi direttamente alle fedeli, fece: <Via, figliole, non piangete così. Quello che vi ho raccontato è successo tanto tempo fa, e forse non è nemmeno vero>".
Il lavoro culturale - Luciano Bianciardi
Un dramma, finalmente
"Un giorno, finalmente, mi fu permesso di drammatizzare senza inganno".
Détours - René Crevel
Resta nella luce
"Mentre lei dormiva, nascosta nelle lenzuola, gli è certo venuta voglia di servirsi di quella donna, di andare a vedere nella cavità calda del sangue, di goderne di un godimento anomalo, sconveniente. Ma, per questo, sarebbe stato necessario che lei fosse morta, e lui, invece, aveva dimenticato di ucciderla".
Occhi blu capelli neri - Marguerite Duras
Per uscir dai lividi lombi decembrini
Un gesto periferico, uno sciabordio delle pupille, un tremar di martingala
Il sentimento
Postura anomala, patologia vertebrale, disarticolazione temporanea dell'io, atrofizzazione del cordone lessicale, oscuramento dell'androne neuronale. Nei casi peggiori, anche scollamento cronico dal reale, in qualche caso castrazione sociale, deriva atrabiliare, deiezione animale. Eppure come si fa, dico io, a tirarsi indietro, a esimersi dalla prigione del sentire, a evadere dalla condanna del patire, al limite si potrebbe morire, adagiati in una postura più decente, ma pare che non sia bello, che non sia giusto, che sia finanche faticoso e triste e pretestuoso.
Opinabile pathos
Dice che il vento si solleva da solo e nessuno lo aiuta. Che lo schema a tre punte non funziona, il tridente è una stronzata. Fa appello ai corpi intermedi della società. Ma dove sono, grido, dove sono. Mi accusa di collateralismo, mi contesta le appartenenze plurime, l'omologazione neosecolarista, la sindrome di nimby. Su questo terreno non lo seguo, inciampo, gesticolo stizzito, cerco elementi di discontinuità, rischio la giustapposizione, mi rinchiudo a riccio nella mia cosmogonia, arretro nell'afasia, affondo nell'anemia. Lui sospira, si informa sulla tassazione delle rendite finanziarie, lascia cadere un'insinuazione sul mio familismo amorale, mi richiama al valore imprescindibile dell'aspetto valoriale. Io tentenno, vacillo, barcollo, mi aggrappo al radicamento profondo nella società, metto in causa la fitta rete di relazioni, sostengo lo shuffling come modello comportamentale. Lui mi fa il saluto fascista. Io insorgo, lo sguardo illiquidito, rivendico l'apax con un fragore opinabile, esibisco il pathos identitario, azzardo una paronomasia, infine scelgo l'opzione zero e crollo esausto con un rivolo di vento che si posa sul mento.
Dimmi dove Abiti
A me ha dato nostalgia questa Lusofonia peregrina e comunque è stato bello andare sul sito di Cristina Galhardo, leggere suoni e non capirli e ascoltare le voci di Gal Costa, Djavan, Vinicius De Moraes, Susheela Raman e Josè Mario Branco.
La nota faccenda
"E' la nota faccenda delle contraddizioni, dell'incoerenza, dell'approssimatività della vita. Se ne sorride, o si sospira"
R. Musil
E fanculo al chiaro di luna
Sarà vero, come dice Pascal, che non siamo "ni ange ni bête", ma io mi sento di gran lunga più bête e ne ho le prove. Finkielkraut non lo sa, ma noi sì. E in quanto a ubris, a tracotanza, ne abbiamo a palate, prometeicamente incatenati a noi stessi, eroicamente insofferenti alle manette dei dogmi spirituali, ontologicamente refrattrari all'eterodiretto. Sì, cerchiamo il superamento perpetuo e allora? Non ce ne frega un cazzo dell'ipse dixit aristotelico, ce ne sbattiamo del senso della misura, della saggezza pratica. E se la scienza cospira a costruire una sovranità umana, benissimo, ne siamo complici entusiasti e carnefici. Fanculo gli asimmetrici furori di tonache che odorano d'incenso. La finitezza l'abbiamo assorbita e sciolta nell'acido cerebrale, non c'è progetto ma neanche processo e se la scienza moderna ha congedato i dati, noi ci facciamo bastare i non dati, le ombre, siamo le cavie del postumo, pronti a retrocedere, ad avanzare, a cancellare l'evidenza quotidiana, le affinità, a revocare ogni cosa.