Il prezzo da pagare
L’altra mattina, in viale Bligny, all’altezza del giorno ristagnante, mi è passata di fronte una lince stanca. Non deve avermi visto, perché se n’è rimasta lì, indecisa tra l’andare e il pensare.
L’ho schiacciata, ma senza cattiveria.
Nessuna oscillazione degli strumenti di bordo. Del resto da lunga pezza mi sento lasso, avariato, frammentato. Mi sono stancato del dolore, della pietà, di tutti questi affetti da b-movie, di questi impulsi elettrici irrazionali che hanno fatto il nido nella regione occipitale e dà lì lanciano i loro proclami deliranti, come le Brigate Rosse, senza capire che ormai la società è cambiata, non c’è più la zona grigia, la compartimentazione delle notizie non ha avuto effetto, che è tempo di una ritirata strategica. Eppure loro insistevano, questi orrendi moti dell’animo. Sembravano divertirsi a ricattarmi orribilmente. Per fortuna, un giorno dell’estate scorsa, con uno di quei blitz che mi rendono orgoglioso di avere i piedi ben saldi nel Settecento, ho disposto il blocco dei beni e dopo un lungo appostamento ho arrestato i rapitori, senza spargimenti di sangue.
Dunque, mentre schiacciavo la testolina della lince, mi sono apparsi come in un flash i tuoi calzoni rigati. Ti renderai conto dell’assurdità. Ho sobbalzato. Quanto mi sentivo inutile nella condivisione. Osservavi, non senza disgusto, il movimento regolare delle mascelle accompagnare le mie parole. Quanto mi sentivo inutile. Mi sentivo come un Martini senza oliva, come diceva il tale. Allora ho detto basta: rivoglio indietro il mio punto di vista, la mia smorfia sadica e quell’accendino rosa con gli innesti verdi. Ho ripensato a quella volta che mi hai slacciato i boxer. Diosanto. Non tirati giù, non strappati con i denti. Slacciati minuziosamente, con cura maniacale, con tutto un lavorio della french manicure che si accaniva contro il fragile e inutile bottoncino di madreperla.
Poi ho fatto retromarcia, ho schivato la carcassa della lince e dato gas al motore. Cominciava a far freddo quel giorno. Ma l’inverno era il prezzo da pagare.
Tensostrutture
In bilico
su una scala di parole,
ti afferro una mano
e docile mi arrendo
alla brace fumante
della tua Marlboro
Seduto sul cornicione
Delle tue labbra
cedo di colpo
al peso imponderabile
dei nostri silenzi
alla vertigine
che non si pente
Tu sei il telaio
della mia solitudine,
sei la polvere
dei miei pensieri,
la carne
dei miei desideri.
L’altro giorno pensi di guardare Sky e ti imbatti in Elliott Gould (che uomo) nel “Lungo addio” di Altman (che uomo). Gould è il miglior Marlowe possibile, sigaretta penzoloni, andatura dinoccolata e faccia da schiaffi. C’è questa scena sulla spiaggia di Malibu. Elliott un po’ spaesato ma strafottente come sempre. Di fronte a lui, uno scrittore squinternato e un po’ sopra le righe (del resto tra poco annegherà tra i flutti) lo gratifica con un bel “Son of a bitch”. Ti cascano gli occhi sui sottotitoli e leggi la traduzione: “Carogna!”. Carogna? Una carogna non è proprio un figlio di puttana, tecnicamente. Ma forse è una metonimia, una sineddoche, boh. Elliott, mentre stai pensando alle figure retoriche, gli risponde così: “Guarda che mia madre era una santa donna”. A quel punto ti chiedi come se la caverà il sottotitolante becero. Niente, traduce proprio così: “Guarda che mia madre era una santa donna”. E che c’entra la santa donna con la carognaggine?. Mah, il lettore di sottotitoli sarà perplesso. Hai appena finito di sbuffare, che arrivano sullo schermo le ragazze figlie dei fiori vicine di casa di Marlowe: sono a tetta nuda, sul balcone, e fanno gli om o quella roba lì. Lo scagnozzo del gangster, che fa la guardia sotto casa Elliott, le guata da lontano e pronuncia l’inequivocabile: “Look at the lesbians”. L’orrido sottotitolante, che ormai tieni d’occhio con un certo nervosismo, traduce prontamente così: “Guarda quelle matte”. Ma vaffanculo stronzo, pensi (che nei sottotitoli viene tradotto così: “Caspita, sei proprio un birbante”.
(Comunque, poi, a proposito degli americani, che lì erano più avanti di noi bigottoni, la montagna del tanto lodato film si chiama “culo rotto” o giù di lì, e non si capisce se trattasi di becera ironia subliminale infilata dentro un film politicamente corretto sui gay, oppure di casualità nominale e di malizia italica) (nel dubbio, comunque il distributore italiano ha pensato di lasciare “I segreti di Brokeback mountain”).
Qualche Post (pulit, illuminat ben)
Leggiucchiando qua e là, qualcosa di decente si trova perfino nei blog
Il resto ve lo scoprite da voi, per esempio nella colonna di destra o altrove, che non c'ho tempo, c'ho da finire Ulrich. Non sono ammesse lamentele degli esclusi (ho letto su Vivi Milano la lista dei bar preferiti del pregevole Visentin. Mi sa che mi cimenterò anch'io, così, tanto per gradire, che ne so a pacchi)
Sull'orlo di un sorriso screpolato
Nei pori dei mandarini cedevolezza. La osserva, meccanicamente la compatisce. Si rapprende, la cartilagine delle ossa metacarpali, oscenamente si dilata. Scarsità di tempo relativo. Nocche anemiche, secchezza. Sniffa nitrato di calcio, si depura, si snatura. Nei fumi plasmati dai terminali centrali svapora. Adotta un passante, come un bimbo. Lo sguardo mimetico, si proietta. Allunga il passo, giacca destrutturata, scarpe di pelle. Lo guarda elastico muoversi nello spazio breve della coscienza. Si ridesta, si inoltra nello spazio incontaminato, nell'uomo incompenetrato, pendolo che oscilla nell'ondivaga distanza scapolare, pedina il lembo dei suoi pensieri. Sull'orlo del sorriso screpolato, si arresta. Un gemito che non osa ascoltare. Ha un corpo questo passante, calzoni piombati, passo regolare, una carne irradiata di sangue, intestino, prostata, testicoli. Ha corpi ventricolari e piange questa massa cellulare. Ha scarpe, scarpe lucide di pelle. Si ferma.
Il deplorevole fenomeno
"La stessa lotta sorda fra sporcizia costantemente introdotta e grossolani sistemi di pulizia"
R. Musil
A maggior ragione
L'aspra polemica Sartre-Camus, nel '52. Stivali gialli su gambe certamente nude. L'arricchimento etico. Due mondi, forse tre. Il dialogo interrotto. Improvvise generosità. Godard disprezza Moravia, ma ci mette molto impegno molto rosso molto blu. Divagazioni acriliche su tema condiviso. Silenzi insignificanti. La rottura con Merleau-Ponty, nel '53. Spenta la luce, ho cominciato a vederti, avevi un naso di plastica rosso e un maglione di lana arancione. Mi salutavi con il solito sguardo distratto di chi non sa di essere viva e gesticolavi con un filo di lanugine che pendeva dal crepaccio dell’avambraccio, la solita fretta di andarsene, la solita scusa pronta. La nobile arte di combattere contro se stessi. La solita faccia da stronza. Mi consento una malignità, una piccola malignità. Stringere. Avvingere. Riavvolgere. Disturbo bipolare. Il bilinguismo impossibile di un vecchio sdrucito e inabile alla vita che si affaccia sul volto stremato di un vivente metropolitano. Non ho tempo per la rugiada. Il dottore ha escluso di aver commesso errori. L'effetto placebo della scrittura. Le persone normali mi mettono a disagio. Mi sento conculcato. Qui mi si conculca. Disturbo pretraumatico. Cusumano Pisicchio Oricchio Iannuccilli Potenza Pepe Mongello Borriello. Bravo, hai dimostrato nerbo. Sia pure. A Mondovì a Mondovì. A maggior ragione, dico io. Pretendo le virgole. Si alza il sipario, ci sorprende sfiniti, spossati, sul punto di andarcene. L'alluce vago, lo sguardo rimosso, il ginocchio della lavandaia, le mani legate, il gomito del tennista, le scapole dell'angelo. Accendi la luce. A maggior ragione, dico io.