cicciobandini

sabato, 25 febbraio 2006

A sangue freddo


Non stava succedendo niente. Entravo in casa. Strofinavo le scarpe sullo zerbino a forma di cane morto. Uscivo di casa.

In un pomeriggio prematuro innaffiato di pioggia, nella sala ortogonale si danno appuntamento diverse poltroncine rosse a file parallele rientranti, inumidite di solitudine. Chiazze sparute di spettatori anemici frastagliano l'ipotetica visuale. Il proiettore digitale illumina una coppia di donne, due uomini soli chiusi a bolla, distanti alcuni universi multipli l'uno dall'altro. Un giovane in disequilibrio si interroga sulle sue capacità di resistenza. Sullo schermo Philip Seymour Hoffman lotta coraggiosamente con un doppiaggio ammiccante. All'altezza della terza fila, a patto di partire dalla prima nel conteggio, mentre Perry si affida alle amorevoli cure di Truman, si alza un ronzio molesto come di zanzara e si infittisce fino a prendere corpo, costruisce una curva musicale da cardiogramma perplesso. Brusio della coppia femminea, turbata dall'accadere di accadimenti. E' il vecchio dai capelli di latte e scompigliati, appoggiato con il busto piagato sulla poltrona di fianco. Russa con noncuranza incongrua, senza tregua, dall'inizio, da quando si sente Truman ridere al party. Continua a farlo mentre Perry e il suo amico finiscono impiccati, la trachea spezzata, uccisi tre volte a sangue freddo, dalla spietatezza di un presunto essere superiore, quel vostro dio che vi ha creato, dall'avidità di uno scrittore geniale e dall'opportunismo di un regista. Tre volte uccisi, nell'indifferenza di questo vecchio scarmigliato e stanco, che ha scelto di posare i suoi capelli di latte sul velluto rosso di un inutile cinema medusa. Come quei nordafricani che di notte fanno il viaggio sugli autobus per Ostia. Pagano il biglietto e comprano casa per la notte. Si assopiscono per un po', nella quiete rotta da un semaforo rosso, dal bagliore accecante di un lampione ostile. Ma sono a casa, felicemente a casa, come il vecchio scarmigliato che ha pagato sette euro per stare qui, a recitare la sua vita dentro un cinema medusa, ignaro di due esseri che si perdono per sempre, di uno scrittore divorato dalla sua genialità, di uno spettatore attonito.
La maschera, prima che il sipario di Milano si levi, recita il suo ruolo con passione. Non si sporca le mani. Lo tocca tre volte con la torcia, affinché si accorga che il mondo ha fretta, è stanco e non ha nulla da dirgli.

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venerdì, 24 febbraio 2006

Vives decor

©bkcrew

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domenica, 19 febbraio 2006

Tutto un arrancare sui pomelli

Bisognerebbe smetterla di scrivere, smetterla di parlare, non trattare la resa, concederla in comodato gratuito, come un vecchio locale sfitto che ha vissuto tempi migliori, smetterla di ascoltare le parole, assumere fino in fondo il peso del proprio corpo e del proprio cervello, fare un esperimento serio con se stessi, innestarsi una mano sul gomito per strisciare meglio e finalmente assopirsi con il cuore  rinchiuso in un baule, poi qualcuno lo troverà e dirà, toh, un vecchio cuore usato, smetterla, smetterla di tremare per ogni sguardo non richiesto e di stare male, smetterla di rovistare per ritrovare tutte le parole lasciate cadere in qualche feritoia, smetterla di ripensare ai volti che non vedi più, di restare immobili nell'aria, ricominciare invece, ricominciare a toccare con cautela la sua faccia, i suoi zigomi, passare un weekend sui suoi zigomi selvatici, chiederle se ha mai ascoltato bach e scivolare sulle sue assenze come su ghiaccio sottile, neanche una carpa a dirci ciao mentre anneghiamo negli zigomi, e scoprire poi, ma lo sapevi già da tempo, che ama tchaikovksy, e pensare con un sospiro un po' teatrale,  pensare, che fine patetica però, questo arrancare sui pomelli rossicci di una sconosciuta che ama i balletti, e tutto questo mentre aspetti con pazienza di sentirti aprire bocca ma è già passato quel minuto buono di silenzio che fa la differenza tra il silenzio evocativo e la capitolazione, e allora smetterla di pensare che la resa sia soltanto un monumento da costruire a se stessi per poi rinchiudercisi dentro come faraoni decrepiti avvolti in bende profumate, belli ma cadaveri, riscoperti secoli dopo da nani con facce bitorzolute e cervello in disuso che ci guarderanno con sospetto e penseranno che quelli sì che erano bei tempi, quando gli uomini vestivano semplicemente con eleganti garze avvolte intorno al corpo e niente divise gialle borchiate, poi finire su una qualche discovery channel del fottutissimo futuro, camere a spalla sui raffinati animali preistorici dal cuore chiuso a chiave in un baule e garze firmate e mani innestate sui gomiti e neuroni intrecciati come fili di un vecchio walkman pieno di canzoni bellissime ma, sfortunatamente rimasto senza pile, senza più batterie per ascoltare, per parlare, per strisciare.

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venerdì, 17 febbraio 2006

Delitto tuo quasi perfetto

Fatte pulizie di primavera. Spazzato via come un acaro.  Tutti a suggere fango, maiali avvoltolati nel truogolo, nel morbo della finzione speculativa. Sorseggio gin in tazza da tè. Aspetto formarsi colonie di formiche su piastrelle cucina. Continuo lavorìo interno con acuirsi impalpabili malanni. Brulicare pensieri ritrosi. Ampliarsi oblò di disagio (e nel frattempo farsi vieppiù brigosi). Insinuarsi sordido manierismo. Passanti non passare. Nessuna resipiscenza. Pochi, inascoltati, appelli al subconscio. Non resipire, non resipire affatto, versare lacrime di gin senza neanche una foglia di tè da aruspiscare e poi stanco, stanco aspettare, stanco non sorridere nell'erba. 

Si ringraziano per la collaborazione i Babyshambles, Fossati, l'Accademia della Crusca, Schumpeter, Pavese, Zagrebelsky, il morbo della finzione speculativa e Eva Green

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giovedì, 16 febbraio 2006

Vi amo abbastanza da non avere nulla da dirvi

"Sarò serio come il piacere.JACK RIGAUT

C'è un sangue che gira e che reclama  una giustificazione per il suo interminabile circuito. Tenere a qualcosa mi sembra un'impresa al di sopra delle mie forze. Sono la misura sbagliata. Non è mai successo niente, è una malattia della memoria. Ma per chi vi prendete e, innanzitutto, perché vi prendete? C'è nell'esercizio della vostra stupidità una sfida particolare nei miei confronti. Non so disprezzare in anticipo, dopo ce n'è di tempo e non me ne privo. Signore, il profilo dei morti. Ho conosciuto un uomo che girava la testa nel tentativo di scorgere la sua nuca. Non ho mai perso conoscenza. Inquieto da venti ore, a disagio perché una ragazzina senza bellezza e senza profondità non mi ha dimostrato abbastanza buona grazia.

Ci siamo dentro.

Per quieto vivere, mi sforzo di fare come gli altri, poi mi congratulo di non esserci riuscito. Sono un ragazzo affascinante. Provatelo voi, dottori, a modificare un sentimento.  Sbrigatevela voi. Questa trasparenza vi impedisce di vedere, questa nudità che non lascia vedere nulla. Dove troverò il coraggio per alzarmi dalla mia poltrona o per resistere alla domanda di un amico o per fare oggi diversamente da ieri? E' comodo il suicidio. Non si vorrebbe partire senza essere compromessi. C'è nel sentimento della responsabilità una presunzione smisurata.

Quando parte, dice arrivederci, le sue labbra spariscono, è come se dicesse arrivederci a se stesso".

Collage di Jacques Rigaut, da "Tre suicidi dada?" Le nubi edizioni

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venerdì, 10 febbraio 2006

Affetto da stato d'animo

Di tutto questo struggimento senza oggetto, di questo struggimento atemporale, adolescenziale, di questo groppo che ti coglie all'improvviso per una parola acefala pronunciata per errore, per due occhioni di maliarda che ti sfiorano appena, per un'immagine ingiallita che attraversa lo schermo liquido del cuore; di questo struggimento amorfo che ti fa cascare nel baratro delle a privative; di questa anomalia dell'anima che ti atrofizza la volontà; di tutto questo struggimento anodino, che è nero e bianco e asintomatico; di questo rimbombare a vuoto di ventricoli dentro pareti troppo strette, di questo alienante efferato sciagurato struggimento che ti spinge a rinnegare, senza negare nulla, senza affermare nulla; di tutto questo, cosa ne facciamo amico mio, noi affetti da stato d'animo, morbo degli incurabili, degli inadatti, degli inetti, dei reietti? Ne facciamo polvere, cenere da inalare, silenzi da riempire, dolori da compatire. Ma invece no, amico mio, nulla, anche di questo non ne facciamo nulla.

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lunedì, 06 febbraio 2006

Scherzo in si minore

Rinvengo in un papier écritur cobalto queste poche parole vergate qualche mese fa con mano incerta e già allora vituperate, ne deduco con il senno di poi l’origine derivativa e manieristica, tipica del de cuius, decido comunque di pubblicarle, benché come Campana io sia tutto sommato un uomo inedito, e faccio notare a me stesso come nella pagina successiva, in stampatello, e con scrittura cuneiforme e beffarda, si elenchino impietosamente via della croce, la galleria d’arte moderna, il ministero delle Riforme, casa brancher e altri luoghi ameni che fanno parte del mio arredamento interiore. Natura morta ma non per questo meno viva e dolente. Ecco dunque il componimento fortunosamente rinvenuto, una delle ormai notissime “schegge di ciccio”, esemplari vigorosi e straordinari di una scrittura tersa, e terza, che perde di vista, e acceca, la (ir)realtà con compiacimento interiore e inusuale commozione à rebours che fa sostanza della migliore vena letteraria di uno dei padri della nostra patria letteraria, paragonabile a un Dante Virgili o a un Ferruccio Parazzoli.

"Sotto l’occhio ironico della piantana, il tuo sguardo alogeno mi ghiaccia. Sospendo particelle di vanità nell’incavo dei tuoi pensieri. Ti palesi con aura drammatica e imprecisa e sostieni che l’ipotermia emotiva sia la mia cifra. Ti diverte usare parole come metatronica. Percorri i rivoli secchi di sangue che ci separano. Sei così dolce quando mi pialli il cervello con le tue cazzate. Da quando ho scoperto che ne trai godimento, dalle verità enunciate  con aria matura, ti lascio fare e sistemo l'amica piantana per osservare meglio lo scatto lieve delle mandibole sulla mia carne frollata. Sorrido mentre vedo i tuoi denti affondare ingenuamente nei miei tessuti molli e rimanere intrappolati nelle sabbie mobili del mio pallore".

“Io scherzo solo perché l’amo”, disse Ulrich asciutto

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venerdì, 03 febbraio 2006

Delphine

Giochi con la mia lingua mentre Brel sussurra parole al tavolino di legno, al telecomando inerte del tuo monolocale, un Hopper logoro e dolente arreso sulla porta, due sedie di legno bianco, la tisana tiepida di erbe morte, il freddo esausto di una notte di gennaio che non vuol finire. Brel tace ed arriva Weill, l’opera da tre soldi, quatre sous che offrono il pretesto a un esitare, la traccia nove suonata, ogni mattina, la nove, mentre ti aggrappi a un’altra sigaretta da rifare, bruciata di cartina informe, e grigia, gli occhi deraciné rifugiati nei trenta metri scricchiolanti della tua giornata, montmartre in bianco e nero, in questo ghiaccio biondo senza pioggia che è parigi. Te ne stai sospesa in bilico sulla seggiola ingrigita e mi spieghi che ti serve tempo, con gli occhi che non dicono più quello che sei, poi congedi la mia lingua, ti sollevi in un gesto esitante, resti sola con l’ombra di un sorriso a fissare le pompe di benzina laccate di rosso, l'ultima sigaretta bruciata, senza mai il cielo a vegliare la tua notte.

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