Ti spio nella faccia

Ti spio nella faccia che hai, rubizza, doccia, ti spio le labbra nella doccia e partecipo di te, delle tue vene fragili, vene azzurre, venuzze aguzze sulle tempie che ti spio, si entra in questo bar azzurro di Cinisello Balsamo, in questo baricentro, e ti annuvolo il sipario, tu e la tua indole vulnerabile, dove sei stata venuzza, si entri, si faccia trionfale in questo baratro azzurro, oltre il respiro, che il sangue ti percorra e che io partecipi del tuo sangue trionfale, del tuo baratro azzurro cielo, in campo lungo, che io ti avvolga tutta intorno a me, le tue vene, le tue vene fragili, soffice e totale, tenera e mortale.
Volver
Il braccialetto è lì, spezzato. In sala mi prende la nausea. Gardel cantato in playback, che roba, come se Mina e Sabrina Ferilli che inarca il petto e muove le labbra. La repressione è il nostro vaccino. Il senso del ridicolo. Quest'uomo è in pericolo, brindiamo. Vomito nel cesso. Reprimersi è civiltà. Mi concentro, mi stringo le tempie, le strizzo. Schizzo materia cerebrale sulla nappa dei cordoncini. Provo a muovermi con un'altra amenità. Provo a prendermi sul serio. Ti guardo, mi concentro su di te, studio la ruga del sorriso farsi strada, assumo una posa qualunque, la spendo per un approccio scientifico allo schienale infestato, illuminato dai bagliori di Penelope, ah Penelope, come ti rimpiango, contorcerti e morire, bella e sdentata e puttana, farti amare da Castellitto. E invece qui, in questa melliflua sceneggiata. Piangi, cazzo, piangi. Dai che ora piangi. Il braccialetto spezzato ora me lo infilo in bocca. Masticandolo, annuso il tuo profumo su quel colle e rivedo la Vespa e la sposa. La sala precipita nel buio. Chiudo gli occhi e lo squarcio di luce mi brucia l'iride, li riapro e Sabine è tra Pierre e Andrè sulla terrazza. Ingoio il tuo braccialetto e torno a vivere.
Devo ricordarmi di te
Devo ricordarmi di te, un giorno o l'altro. Del tuo mantello di parole avvolte come carta velina su fiori di tela. La vecchia con l'artrite sta morendo. Risponde je t'en prie con un sorriso al giovanotto di Rogoredo. L'uomo sbiadito impugna la pertica sul laghetto di Chiaravalle. E' suo bisnonno. Il lago non c'è più, la rustisciada è in tavola, il vino è frizzante e nero e cattivo. Devo ricordarmi di riconoscerti. Quando busserai alla mia porta, parlerai con la solita voce in prestito. Vedrò il tuo profilo allungarsi nelle acque prosciugate. Sarà mattina presto o sera tardi o pomeriggio. Sarò quel vecchio seduto sulla barca, la pertica spezzata. Adesso ti vedo. Sei quella vecchia con l'artrite, sei morta, hai le dita ritorte, gonfie, la pella macchiata, ingiallita, hai un bel sorriso.
Geometria a desinenze variabili

Il partito democratico, certo. Il processo fondativo della costituente. Le acque rigeneranti delle primarie. Impugno la lama e la punto dritta sul tuo capezzolo impavido. Sano strumento di partecipazione democratica. Non sono persuasivo, sogghigni. Non ti suado. Pazienza. Affondo la punta d'acciaio sulla carne. Il Fedon con cinturino di struzzo dice che è tardi. Balzac progettò 137 romanzi. Sputi grumi vermigli sanguinolenti. E' la rivincita della politica sul diritto, bellezza. Quando è successo che mi sono stempiato? Non importa. Quando? Sorridi, lucidandoti il cranio. Davvero bello. La d eufonica. L'imperfetto storico, descrittivo, narrativo, di modestia, ludico. Sal-ciccia. Tirati su. Hai diversi problemi. Is-d-raele. Diversi. La mia vita, geometria a desinenze variabili. A desistenze variabili. La tua, apocope. Fatti vedere, non è nulla, una nube purpurea sul cuore. Fottiti, gridi, fottiti. Vorrei baciarti anch'io. Sei tutto ammantato di secchezza, dice Boris. Dolcezza, dolcezza. Ed io? Esiste persino il verbo copulativo, amore mio. E' un verbo e copula. Infilato nella bozza di uno statuto, esibito su un volantino elettorale, sputato dentro un post. Copula in silenzio, sterile, e non figlia. Lo so, non ti suado. Ma ho una lama, andrò fino in fondo.
Meno Pausini, più Artifiziali
Post di A.I.: Cristo avvenente (Artifiziale)
"mentre io recalcitro sulla soglia dell'età mediana laura pausini compie trent'uno anni, cioè uno più di me.
spesso mi figuro un incontro casuale con lei in un bar o al gabinetto, nella zona promiscua dove attendiamo mitemente che altri piscino... è facile pensare che sui temi universali laura avrebbe argomenti decisivi, confortati da una superiorità pragmatica che è arduo negare.
la verità è che in una discussione con laura pausini io temo di soccombere. certo, potrei sempre picchiarla, ma ci pensate la vergogna di uscire sul giornale come uno che ha trasceso con laura pausini perchè era a corto di argomenti?
mi immagino lei che mi illustra il pensiero positivo, e come liberarmi dai cattivi ricordi. io tengo in gran conto queste forme di egoismo efficiente, ma non riesco a praticarle per una specie di vertigine del male. nel sogno glielo dico, ma lei non ha tempo per giochini.
il cesso infine si libera, il suo, e io penso che anche laura pausini fa cacca e a volte dorme male, e che dunque dovrà pur crepare come me. ahahah... ridi, ridi, piccola laura... verrà anche per te, il giorno di crepare... e allora tutta la tua ginnastica mentale sarà vana, e avrò ragione io..."
Questi esseri che vanno all'operetta
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(foto Marco Pesaresi)
"Quando apri gli occhi
vedi un marciapiedi rotto
per la sua tragedia,
non per la tua".
Emanuel Carnevali
Poi che tutto era finito
Poi che tutto era finito, ricominciò daccapo. La mattina fece seguito alla notte e fu una notte di tenebre, a velare di mistero il chiasso disordinato che segue la controra. Prima di allora, era stata mattina e lo era ancora, raggrumata di odori dolciastri e di nuove energie pronte da disperdere. Il latte macchiato si raffreddava senza impazienza e inaugurava il nuovo sole. La mattina ch'era stata, lo era ancora, diversa e uguale, e nel suo patetico conato concentrava slanci antichi e pulsioni rinnovate, a seppellire le lacrime asciutte del giorno precedente. Poi fu ancora mattina e giorno e vita e aprii gli occhi e mi sentii vivo come allora, con uno struggimento antico che era nuovo e con una fiacca alle tempie che annunciava in forme ancora oscure la prossima fine di quella quotidianità che tanto mi tediava. Mi lasciavo vivere, sapendo che il rimpianto alla fine mi avrebbe riabilitato, con tutto il suo corredo di parole sepolte nella rimozione, vite polverose e immaginarie eppure vive e mortali. Era ancora mattina e giorno e notte. Non avendo più l'età per gesti leali, un po' contrito, mi donavo a te e non mi risparmiavo nei baci e nei congedi di rito.
Frigor mortis

Miss Melinda è annerita. Gli impertinenti crackers crich, ben allineati sullo chassis, si intiepidiscono. D'arsura agonizza il tratto pen blu, sul massello maculato. Silenzio. Vietcong acquattati tra i bambù. Frugo negli interstizi. Mi fermo. Serve una blitzkrieg. Restaurare l'ordine. Purificare. Estirpare il torsolo, asportare chirurgicamente l'epitelio canceroso. Fare chiarezza. Restaurare l'ordine emotivo. Aria, aria. Esiliare la dialettica dalla Val di Non, patria di negazionismi ecologici. Affrontare l'ineffabile, liberare militarmente gli scomparti salvafreschezza, avanzare con circospezione verso i quadranti climatizzati, prelevare i portauova, neutralizzare le zucchine trifolate, far brillare ananas e ciliegini, decapitare i cetrioli. Lavorare di scalpello tra le stalagmiti del no frost. Salvare quel che resta del Lurpak. Trucidare le colonie corazzate di formiche nere che avanzano sulla plastica zigrinata. Prendere fiato, prendere fiato. Poi lasciarsi cadere, scolare il residuo di Planeta ossidato, innaffiarsi il volto sudato con i sedimenti granulosi, massaggiarsi le palpebre violacee, rivitalizzare i capelli con una colata densa di Activia al fico. Sbriciolare tra i denti brandelli di polistirolo espanso, spalmati di burro e di coulis di lamponi. Scivolare giù, lungo la superficie anodizzata. Lasciarsi cadere, stanchi combattere, stanchi aspettare. Lasciarsi andare.
Milano e la mia artrite
Leggo Moggi dare istruzioni al moviolista di Biscardi. Sono al bar delle modelle e sorseggio un cappuccino esausto. Squilla il telefonino: "Sono Cirino Pomicino". D'istinto mi guardo intorno, do un'occhiata a Raf che gorgheggia muto sullo schermo al plasma. Penso a Ugo Intini e a Salvo Andò. Pomicino mi parla di Andreotti, di come non fosse affatto candidato al Quirinale nel '92. Porta Romana è un dolce incubo in verticale, scivolo in via Manin e schivo un matrimonio. Entrare nella cineteca è come dirsi, è fatta, con un ghigno da re. Come Pasolini, non sono giovane e non tollero la libertà. E neanche gli adoratori di feticci. Eroico e ridicolo, varco la fondazione Arnaldo Pomodoro, il bianco di Gastone Novelli mi stringe la gola. Quest'uomo enfatico che gesticola ha fondato Officina, ha scritto "Irati e sereni", e ora punta la sciarpa rossa contro l'amico Nanni Balestrini. Ricorda i viaggi della neoavanguardia a Tokio e a Rio, senza Pagliarani, colpito da sciatica. Il beerbanti pub offre silenzio a prezzo modico. Leonetti mi insegue per la strada urlando, sputa per terra, si ferma ansimando. Lo sento borbottare: "Se volete essere putrescenti, pace". Mi allontano zoppicante, con un inizio di sciatica. Cerco rifugio in un bar e ripeto a bassa voce. Con ostentata asprezza, con ostentata asprezza. Telonius viene a trovarmi, osservo il suo basco e ascolto la linea melodica girarmi intorno. Non si ferma mai, non va mai avanti né indietro, ondeggia. Una voce mi sussurra all'orecchio: sei un uomo saltuario. Come Caligola ho bisogno di un corpo, di una donna con delle braccia, con degli odori d'amore, perché il resto è per funzionari, commedianti, impotenti. Lo ascolto parlare a Cesonia, l'infelice Cesonia, le malattie dell'anima non sono gravi, ci si salva con la malinconia. E poi un giorno capirai che si può amare spesso, ma mai desiderare più di una volta. Tutto sullo stesso piano, la grandezza di Milano e la mia artrite.
Sul treno, guardando e sanguinando

Sono sul treno e viaggio da solo. La poltrona è scomoda. Stringo le gambe in cerca di una posizione. L’osso sbatte contro il divisorio e le orecchie sfregano il tessuto caldo della poltroncina verde. A Latina hanno trovato le cimici e hanno fatto scendere tutti. Il capotreno è una ragazza bionda, con i riccioli. Mi sento le cimici, ma non le ho. Provo desiderio sessuale per lei, ma me ne ricordo solo quando passa. Non passa mai. Sui finestrini le prime gocce, schizzi leggeri, deformati dal vento e dalla velocità. Confluiscono in un unico rivolo trasversale, sparisce nei bordi neri acquosi, come il rimmel nelle lacrime, e non lascia traccia. Anche questo, lo dimentico subito.
Un controllore mi racconta di Cimoli, ora c’è Saccà, il fratello di Agostino, e poi quel Testore, che hanno cacciato dalla Fiat e ce l’hanno rifilato a noi. Bertinotti è l’unico che non ha le mani in pasta nelle ferrovie e gli spiace per i sindacati perché i dirigenti sono ex sindacalisti e se si mischiano le carte alla fine nessuno denuncia nessuno e c’è gente come lui che ci tiene ma quando arrivi a fine giornata e ci sono delle direttive così non ci tieni più. E fanculo le ferrovie. Mi chiede se conosco la direttiva delle dieci ore. Non la conosco. Domani è il primo maggio, lo sa che il primo maggio si lottava per le otto ore? Non lo so, gli dico. Ora l’ultima direttiva consente fino a dieci ore di lavoro diurno e otto notturno a tutto il personale compresi macchinisti. Si sente sicuro lei. No, rispondo, non mi sento sicuro. Si scusa per lo sfogo e mi stringe la mano, si sente meglio, lo vedo allontanarsi nella sua divisa verde e chiedere se ha già controllato i biglietti. Un ragazzo fa sì con la testa.
Di fronte a me un foulard giallo avvolto sul capo. Penso che è malata, leucemia, e provo pena per lei. Poi lo toglie, è sana. Scioglie un fiocco di nastro rosso, con aria svagata, fa attenzione a non guardarmi. Mi ha dato un’occhiata all’inizio, poi basta. Le ciocche di capelli ora sono libere di muoversi, ma non si muovono. Penso che mi stia osservando. Le guardo le ciglia sbattere troppo velocemente. Ha una ruga appena sotto una palpebra e le labbra sono belle, di pelle giovane. Non è imbarazzata. Non mi piacciono le ragazze che si imbarazzano facilmente. Mi danno sui nervi. E’ un segno di debolezza, una tara del carattere, qualcosa di patologico, il vecchio genitore, gli sguardi severi di quando erano seduti a tavola, di fronte a un piatto di pasta fredda, e si doveva parlare e le veniva da piangere.
Ora si è mossa. Sembra voglia parlarmi ma non lo fa. Mi parla. Mi sta chiedendo a che ora arriva il treno a Napoli. Per un attimo è buio. Sento le orecchie gonfiarsi e il dolore mi fa stringere le sopracciglia in una smorfia. Poi usciamo dalla galleria ed è ancora lì che mi guarda. Passa il capotreno e mi sorride.
Ora lo so, mi sta guardando. Le parlo e le dico che non ne ho idea, ma che non importa. Fa una faccia stupita e sembra voglia sorridere. Ci ripensa e guarda verso il finestrino. Allungo una mano e la poso sulla sua guancia. E’ calda, c’è un’altra galleria, è buio. Sposta il busto all’indietro per consentire alla faccia di staccarsi dalla mano. Mi fissa con il capo un po’ inclinato verso il basso, gli occhi fermi sui miei.
Alla stazione di Napoli scendo. Sulla banchina vedo le ruote della sua valigia di tela cigolare sulle traversine di marmo. E’ un metro davanti a me e io un metro dietro di lei. La voce dell’altoparlante sembra la sua, ma non è possibile, perché lei è lì, che cammina davanti a me e non si volta e deve essere una voce che le somiglia molto, anche se la sua non la ricordo più. All’edicola ci fermiamo. Vendono le sigarette, non le compriamo. Sto per dire qualcosa, sento una fitta, i suoi occhi si riempiono di sangue.
Come passa, eh
"Come passa, eh, la vita, quando non si combina un cazzo".
Che inenarrabile casino! - Eugène Ionesco
Si va su a piedi
Superato IV novembre si va su per via nazionale e in vespa sarebbe meglio ma si è a piedi e si va su arrancando e superando quel momunento bianco che deve essere abbastanza noto e prima si è chiesto al baretto d'angolo e poi alla seconda traversa a sinistra si è entrati in via quattro fontane che dà il nome all'omonimo cinema che ha lo stesso nome dell'albergo del lido dove c'è il festival del cinema ma la cosa pare sia casuale solo una traiettoria nominale nel palcoscenico della vita e dunque saluti turturro che ha occhialetti rossi e parla di eduardo con un'amica napoletana e ha una giacchetta scura americana e beve litri d'acqua e poi entri nella sala ti siedi insieme a crisilde e guardi steve buscemi a cavalcioni su una gru rispondere al come va "ogni respiro è una vittoria" e poi gandolfini dire "ti amo quasi" e winslet gridare "dolcezza, lui ha preso più culi di un asse da cesso" e poi te ne esci vai al target che non lo sapevi prima di entrare e invece è proprio quel ristorante lì e mentre ti consoli con un greco ti raccontano di turturro ubriaco alla radio e di scamarcio che la sua angela se l'è trascinata dal sud e non la molla e lei non si fa mollare perché sta cercando di fare l'attrice ma pare sia un cesso e insomma andrebbe bene come caratterista e poi il giorno dopo ti portano al greenwich che c'è le mele d'adamo e sei al testaccio e sotto c'è la piramide di cestia e invece davanti c'è jasmine trinca anzi ci sarebbe se fosse a casa perché c'è la casa iacp dove vive da sempre con la madre e pare che non si voglia trasferire e allora ti sprofondi nelle mele bacate di adamo come se fossi a casa tua perché la sala tre ci sono venti posti come una sala da pranzo e ce ne fossero di film così ce ne fossero di più di danesi a piede libero con la camera in mano e poi te ne vai da roma perché è presto e non è ancora l'ora e non sarà l'ora per un po' e in campo de fiori spruzzano l'acqua e te ne torni al panettone meneghino con la sua tomba del viaggiatore ignoto il suo tassametro a sei euro le sue moratti i suoi rimpianti.