Non è detto sia così

(Giacomo Balla - Velocità + paesaggio - 1913)
Innanzitutto, la confutazione dei simili, il setaccio soggettivo e ossessivo, poi uscirne fuori con un accenno di deriva, subito virato in dolcezza preventiva, compiaciuta strategia, da abbandonare non appena i tempi si dilatino e non concedano scampo alla ripetizione. Quasi fosse ancora tutto possibile. T’ho visto gli occhi, strabuzzati e crudeli, provata vergogna per opacità acquisita, duro apprendistato quotidiano, raggiunto risultato. Per quanto sia solo un sostantivo, di quale sostanza sia fatta, questa opacità, non risulta in evidenza. La verità logica, sordidamente, si insinua a intralciare processi storici, stratificazioni immateriali. E non è detto sia così. Viso ovale inclinato poggia su dita lunghe e sottili, smaltate d’unghie, capelli radi frisè a contendersi il predominio dello spazio frontale, dolcezza pietrificata in profilo solo lievemente incupito. Vertiginosa ebbrezza di un bracciale, sonagli intrecciano le linee crociate delle vene, anelli sacrificali su pollici sfrontati. Il punto d’approdo è frontale. La banalità del fare, che sia cedevolezza è più di un sospetto, non consentire vie di fuga a quest’ebbrezza, annullarne gli effetti, scartabellare noncurante i residui istanti degli amanti. Davvero lo credevi, tu. E non gli hai dato il benvenuto, hai frantumato il quadro, con la tua puerile impazienza, con la fretta di restare senza.
Non alzo più il gomito
Che a scriverti,
e poi a cancellare,
mi è venuta l'epicondilite,
a tradimento.
Il mio bell'omero,
proprio al vertice di uno sforzo
lirico-creativo,
offeso
e anche vilipeso.
Una roba brutta
che mi ha spezzato l'armonia,
e la giunzione osteo-tendinea.
Braccio lungo disteso,
sono bloccato qui,
in cerca,
se non proprio dell'amore,
almeno di un tutore.
O di un'interiezione.
Malintesa aristocraticità del sentire

"Conta soprattutto l'analisi di quello che non c'è, tutto quello che sta oltre le avvisaglie di una rozza battaglia, e le parole, i risentimenti, le radici. Catturare, dunque, pensieri immacolati. Calcolare, per un momento l'eventualità di una non contraddizione, una continuità delle cose".
"E l'idea che non si trattasse d'altro che di un esercizio di bravura, uno squallido esercizio della volontà, mi ha portato via, ha disintegrato l'ingorgo. Ho abbandonato lo specchio al suo ovvio destino, e ho deciso che la strada era quella buona, probabilmente, ma se perseguita con distrazione maggiore, per vie indirette, scorciatoie, quasi smarrimenti".
Cosmogonia
Sto qui, rinchiuso in una mezza misura. Rimiro la mia cosmogonia con una smorfia di dispetto. Accomodato sul mio ego, schivo gli assalti laterali della compagnia di giro e in religioso disprezzo sbircio lo zeichen neomarziale, il magrelli bifocale. A questo punto, che è arrivato il punto, ti vedo arrivare, con una gonna virginale, a balze e piegoline, a gonfiarti la magrezza. Mi commuovo a scoprire il tuo profilo di pietra, le guance scoscese e il sigillo di saliva che fa velo alla purezza. Esigo il profilo per vedere la fronte, ti chiedo un passo indietro per venirti incontro. Ti chiedo di respirare, che ho da decidere se strapparti i polmoni, se il sacrificio che ho in mente, la tua vita, sia uno spreco meritato, un rituale malato, un paradiso mancato. Sei amorale e io, se sono io, ti amo. Mi scruti e mediti, con un sorriso. Se valga la pena uccidere me, se valga la pena ucciderti per me.
Più culo che anima
Ci metto più culo che anima dice l'omone ferrato che dallo sgabello gronda fiotti di sudore sulle tette del videopoker. Sotto le gambe ossute e metalliche, si è formata una radura d'unto, come d'officina. Camilla estrae il dvd e mi guarda: "Figo eh?". Mi distendo sul letto e stringo il collo vellutato di Marione, questo cagnolone malinconico che pratica indolenza di fronte al tinello maròn. Ora convivo con un'austriaca, dice una voce grave. L'Italia, mi dice l'amica della Tiburtina, è un paese anomalo e noi dobbiamo avere i coglioni. Vero, Camilla, togli il video che parliamo. Questi quarantenni che si ostinano, non contano più un cazzo. Ti ricordi la generazione dei direttori, dieci anni fa? Gente con le palle. Ora questi si fanno le pippe sui blog, sfornano libretti autoreferenziali buoni neanche per una sega. Hai presente Magagnoli? L'editor della Rizzoli. Quello che ha comprato il Codice da Vinci e ci ha fatto una valanga di soldi. Sono buoni tutti, basta averci i soldi per l'anticipo. Gli altri libri, quelli che li doveva scegliere, li ha sbagliati tutti. Marione è euforico, lo vedi come ciondola sul letto? Il prossimo straordinario progetto della Rizzoli è la fatica letteraria del Luca Sofri, quello del blog con il nome da filosofo: "L'ossessione della playlist". Perché tanto odio contro Luca Sofri, poi? Ma la playlist, capisci Camilla. Cheglienefotte a uno di questa cazzo di playlist? Che cazzo ne sa il sottoproletariato? Che c'è ancora, eh, quello, altro che ceto medio. C'è, ma se ne fotte della playlist. C'ha altro da fare, mangiare, scopare, guardare Incantesimo. Su sei centralinisti del radiotaxi solo uno sapeva cos'era l'ipod. Senta, è una roba rettangolare, piatta, boh, dentro c’è la musica e c’ha anche le orecchie. Sì perché quello stronzo di Empoli 31, me l'ha fottuto l'ipod. Prima mi ha portato a Trinità dei Monti, che io gli avevo detto la piazzetta di Monti. Poi, quando sono arrivato, c'era lei che mi aspettava con la sua gonnellina pallinata sulla fontana e non ho capito più niente. Il coso rettangolare firmato u2 è rimasto a marcire sulla pelle bisunta del suo taxi di merda. Stai buono Marione, ho capito che sei contento. Quante copie vuoi che venda un libro così? Che almeno Hornby aveva il suo perché. Mio padre, comunque, mi faceva uno specchietto di questo tipo: le persone si dividono in due, gli arroganti rompicoglioni e gli sfigati. Pausa. Tu da che parte vuoi stare? La domanda era retorica. Però, Camilla, obietto, una volta c'era un Moravia che a diciotto anni ti scriveva gli Indifferenti. Ora, bene che ti va, gridi al miracolo per un Grossi che ha 28 anni e fa una raccoltina appena decente o per un Piperno che sembra ne abbia sessanta. E’ la gerontocrazia, bellezza. Ora tutti rompicoglioni, trenta-quarantenni e senza nerbo. Gente che ti scrive l'ossessone della playlist. Poi nel mio piccolo ce l'ho anch'io la mia playlist: Soncini, Telese, Zincone, Adinolfi, Sofri, Grilli, Rocca, Bignardi, Cazzullo, Diaco, Facci. Li sento tutti i giorni, con lo shuffle. Una goduria. Poi mi sento meglio. Ma questo è un paese anomalo, mi dice Camilla. Poi mi fa uno specchietto di questo tipo, mentre Marione sbava dalle orecchie. La gente come te ha un carattere bipolare. La interrompo, non voglio sapere. Sai qual è il tuo problema, mi dice. No, grido, non lo voglio sapere. Dovresti metterci più culo e meno anima, mi ringhia, mentre mi stacca marione di dosso e mi colpisce al collo con un libro di Giuseppe Genna.
Settima sinfonia
Ascolto Bruckner e il suo wagnerismo ottuso, vagamente petulante, mi muovo con scarpe lucide scricchiolanti sulla luttuosa cattedrale sinfonica, calpesto mucchi di clarinetti, abbraccio con veemenza infantile vecchi oboi d'ottone ossidato. Mi ripiego in me stesso, esasperato, un adagio chiuso in tasca, un do minore a sfiorire sulle labbra secche. De Fontenelle, folle, urlava: "Sonata, che vuoi da me?". Poso un peso d'archi insinuanti e sosto sui tuoi fianchi logori di vita, senza l'eco di un suono che non sia il clangore delle parole usate. Tu non vuoi amarmi e non c'è supplica che valga il tuo negarsi, divago i fermenti, viaggio tra i disturbi del sistema binario e piango, ti piango, sostenuto dall'enfasi melliflua che si stempera nelle mani protese, pròtesi, di Karajan, due mesi ancora da vivere, con questa sostanza di note che si addensa e si scioglie in un fortissimo di archi, a inerpicarsi sul podio, a planare sulla sua vita, quasi finita, e la mia, che è qui. Poco altro da fare, se non inarcare il ventre, scaricare i lombi da ogni gravame e innalzarmi imprudentemente oltre l'acuto, incautamente sospeso nelle vette, lambire il vuoto d'attesa che segue l'apice e che precede il pianissimo, dolce illusione di pace che mi riporta su una terra mai così desolata, piagata, assediata.
Povero il mio trucco
Mi rotolo dentro un film di Florestano Vancini. Enrico Maria Salerno si aggira su un materasso, inseguito dal sibilo ottuso di un corno. L'intellettualismo sterile ha il fascino di un Tatranky sconosciuto. Sistemi di rimandi, ideogrammi indecifrabili, rotelle seriali di un ingranaggio occulto. Non te la prenderai mica perché la vita è breve e inutile? Povero il mio trucco. Risplendo di un sorriso ottriato, mentre mi sfiori la pelle ustionata. Il disprezzo dentro uno scarto degli occhi e non ho il tempo di vederlo. Il rullo in bianco e nero, la campagna di Sabbioneta. Sabbia netta, pulita. Alden ai piedi, Fedon al polso, calzoni in lino stropicciato Bryan Husky, la sigaretta spezzata. Genuflessi, si riflette meglio. Passando vicino a te, ho scorto la scritta ingiallita. Istituto per la patologia del libro. Sono andato oltre, vacillando un po'. L'ocra, colore della terra pallida, delle foglie che marciscono, si è come screziato, polverizzato.
Di notte
"Di notte viene meglio falciare le stoppie
sottili, così di notte falciate
i prati secchi perché la notte porta con sé
un tenero umidore"
Virgilio - Georgiche
Il punto di non fallimento
"Credo che inseguissi il punto di non-fallimento
degli elementi, come Beckett e Giacometti
sul palco spoglio del teatro Odeon di Parigi,
anche loro intenti per una notte intera
a spostare, ad abbassare, a fare più sottili
i rami di un alberello: peut-être, oui, peut-être".
Alba Donati - L'alberello di Giacometti