Un voler fare senza

(John John Jesse)
L'avresti mai detto che sarebbe finita così, dolcezza, a sniffare coca sopra un cd, a collezionare ipotesi di reato, e senza scriminanti, a guardarci torvi, come amanti, seduti in questa terrazza di tipi arguti, vestiti di sangue, tu ancora lì, ostinata, a iniettare pensieri dentro cavità impenetrabili, io ancora qui, stupito, a combattere contro il mio punto di vista, ti ho mai detto che dovresti tagliarti quella frangetta, che dovresti tagliarti le vene, dolcezza, l'avresti mai detto che una notte ti avrei baciato il fegato, si è fatto agosto ormai, e tu sarai bellissima smaltata di rosso, cancellerai le impronte di me, un lago arrossato sul quale galleggiare, l'avresti mai detto che sarebbe finita così, dolcezza, che un tuo pensiero, rotolato per caso, sarebbe finalmente nato, che una mia carezza sarebbe rimasta nell'aria, morbida, astratta, a disegnare un profilo, una striscia di niente, un desiderio, un'assenza, un voler fare senza.
Geometrie
(Alessandro Bavari)
Il quadro è obliquo, spezza i giorni, la linea geometrica, lo raddrizzi, o lo lasci così, inclinato, con il baricentro ostinato, in una posa innaturale, ti metti di traverso, per vedere l’effetto, lo stacchi, lo baci, lo rimetti al suo posto, lo senti tuo, anche se tuo non è, come se la tua vita, la vita, non consistesse, in fondo, che nella piccola arte, maldestra, di raddrizzare quadri, o di cambiarli, ma prima ancora di notarli, riconoscerli, amarli e, magari, ma questo richiede imperizia, e imprudenza, e la follia dei solitari, magari, dipingerli, senza aver mai preso in mano un pennello, senza riconoscere i colori, nudo, inerme, paralizzato davanti alla tavolozza, daltonico, pronto a macchiare, di vita, un minuscolo punto del mondo, pronto a cancellarlo, a squarciarlo, a strappare la cornice cromata, a restare lì, silenzioso, tu e il tuo quadro, mentre il mondo si compie, e si disfa, mentre l’aria si fa rarefatta, l’aria, la lampada si spegne e la luce, la luce, si smorza, tu e il tuo quadro, al buio, senza muoversi di un millimetro, perché non hai bisogno di vederti, per sapere, di esserci, per sapere di essere quello, il tuo quadro, e non altro, non ancora, non ancora.
Breve vita di un pensiero

(The Clayton Brothers)
C’è da compiangerli, i pensieri. Sono arroganti, insolenti, si infilano dappertutto, si sbracciano per farsi vedere, questi esibizionisti del cazzo. E sempre, implacabilmente, finiscono sopraffatti, sgominati e sgomenti. Spettacolo penoso. Ieri ne ho scovato uno, povera bestiola, agonizzava nella vasca da bagno. Adagiato su una paperella di silicone, tutto gonfio di bolle, affiorava dalla schiuma, in evidente disagio. Poi mi ha visto e si è inarcato. Un guizzo d’orgoglio, improvviso, violento. Mi è sembrato che indicasse una direzione, con gesto sicuro, finale. Mi ha quasi convinto questa volta. Ma è stato un attimo. Si è afflosciato mollemente sulla paperella, esausto. Si lasciava cullare, gorgogliava oscenamente. Aveva perso tutta la sua baldanza. Mi è parso pronto all’autocritica, allargava le braccia, esitante, poi ha avuto come un rirgurgito, ho temuto si volesse suicidare. A un certo punto ha cominciato ad alludere alla complessità degli epifenomeni, ha fatto un accenno all'eterogenesi dei fini, persino un po' compiaciuto. Me ne sono andato, schifato. Più tardi non ho resistito e sono entrato ancora, di soppiatto. Era lì, galleggiante, subdolo, riverso sulla schiena. Faceva il morto. Come se non lo sapessi, come se non lo sapessi.