Niente

"Sono felice. Era tanto che non potevo dirlo: e cos'è che mi dà questo intimo, preciso senso di gioia, di leggerezza? Niente".
Fatti morto

David Hockney
Fatti vivo, mi dice. Ogni tanto la lingua illumina. Squarci inaspettati. Ascolto questa frase, assorto nella contemplazione rituale del tempo. Mi metto d'impegno, a chiedermi come sia possibile, se lo sia ancora, farmi vivo. Con tutto il corollario indicibile che attiene al sentire, al sentirsi parte attiva di un sistema, magari anche mononucleare, ma comunque funzionante. Vitale, appunto. Dunque, mi sono fatto vivo, o perlomeno ci ho provato. Con un sms, strumento contemporaneo di ipocrisia. Tutti compiaciuti della nostra passiva pochezza. Lei mi ha risposto. Tra un tasto e l'altro, ho buttato lì qualche ultrasuono ammiccante. Vaghezze suggestive. La perversione psicologica d'uso nella remota distanza corporale che affligge e dà sollievo. Affannarsi turbinoso di indici e pollici, sulla tastiera umidiccia. Togli e metti il T9. Si indugia nel metalinguaggio. Cazzate. Codici che si presumono comuni e che si rivelano equivoci. Inconsapevole fraintendersi, condimento essenziale di ogni buona relazione. Esaurito il breve scambio copulatorio sotto forma di short message, ci siamo placati, confortati in questo simulacro gelido d'abbraccio. Poi ci siamo fatti morti. Senza che la differenza saltasse all'occhio. Intrappolati in qualche nuova forma di assenza subliminale, nell'attesa non spasmodica di resuscitare. Ectoplasmi. Pròtesi. Vittime di qualche sindrome entrata in circolo, affannati, sudati, in perenne ritardo, sempre di corsa, e fermi, lungo un sentiero rotatorio, circolare, inerziale.
Fort Apache
Pare che non ci siamo. Che così non va. L'amica mi ha fatto uno specchietto di questo genere: così proprio no. Egoismo, introspezione, ahi ahi, ti racconti delle bugie. Ho fatto l'amore che sembravo a fort apache. Spaccato un vetro con un pugno. Il sangue mi si è coagulato intorno. Frammento a cuspide con rosso magenta. Installazione da farci il grano. Oscillando con la sedia si finisce che ci si rompe una gamba e si casca. Cascando si realizza un moto perfetto. La notte ci si sente in periferia, con i lampioni indecisi sul da farsi e il vino che sa di uva insanguinata. Adesso mi dici che sì, che forse in parte ho anche ragione. Poi mi dici che no, di smetterla una buona volta e mi pianti lì un'occhiata significativa. Io ti guardo e ridacchio piano, ma ho la gola secca e mi guardo le mani.