Opinare stanca

Escher - Hands
Non ho opinioni. E' tutta la vita che combatto contro le opinioni. Nel peggiore dei casi, è una truffa, un crimine, un attentato contro l'umanità. Nel migliore, un equivoco, che persevera solitario o in gregge fino a quando non viene soppiantato da una nuova opinione, fresca, sbarazzina, sfrontata. La vedo arrivare da lontano, intrufolarsi negli interstizi del salotto, sorridere nelle pause della conversazione, nei languori dei sorrisi, farsi strada nella crudeltà delle aspettative. Arriva sempre, implacabile, baldanzosa, la puoi vedere prendere abusivamente posto al tavolo del dibattito, con la strafottenza della gioventù, con la spudoratezza di un novizio che non ha dovuto confrontarsi con altre centinaia, migliaia d'altre, tutte regolamente perite, deperite, seppellite da tonnellate di carta e di parole, che le hanno confutate, spesso con una battuta sprezzante. Oppure sono state semplicemente dimenticate, dismesse come un abito fuori moda, liso, inadatto all'epoca. Pensieri al macero, venduti al mercato nero di quel gioco di ruolo che è la conversazione, strumento principe dell'ignoranza, dell'egoismo, dell'alienazione contemporanea, simulacro di vita, carnefice della verità che potremmo agevolmente scoprire, se non avessimo la debolezza di farci a tutti i costi una comoda opinione e la crudeltà di esporla, di imporla, giustificando noi stessi e ogni nefandezza.
Questa città è piena di mucche

Come sta il tuo amico Patroclo mi dice distesa mollemente davanti alla Triennale, lanciando sguardi di scetticismo alle statue di De Chirico. Vaghi accenni a certi fellinismi di Patroclo, poi mi dice che sta pensando di scrivere una lettera a un libro mai letto. Ne ho un cimitero di libri iniziati, annusati, corteggiati, e mai letti.
Un massacro.
Ci sto provando a far perdere le tracce e forse qualcuno l'ho seminato. Li immagino, i seminati, a passeggio su coste verdeggianti, senza neanche una circonvoluzione cerebrale da dedicarmi. Io qui, a guardare da sotto in su il fungo della Torre Velasca, i profili rastremati del Pirellone.
Leggo di un uomo che insegue se stesso.
Cambio di prospettiva: ecco lo stesso uomo inseguito da se stesso.
Non è successo nulla. Difficile che succeda qualcosa.
In questa città bruciano le mucche. Le mettono sul rogo. Sono mucche espiatorie. Penso all'artista, al suo estro cementato con l'audacia, tanta fatica e poi vedersi tutto andare in fumo. Sul giornale ho visto la foto della bestia bruciacchiata, impassibile. Stazionava al fianco dell'ambasciata Usa, tutt'intorno diplomatici e curiosi. Altre mucche non ancora abbrustolite, vitellini da latte, li puoi trovare al parco Sempione. Li hanno fatti i bambini, appiccicandoci disegni, ritagli a margherita e scritte di detersivi: Ava, Prill, Perlana.
Si potrebbe prendere una mucca, cremarla, e poi impiccarla alla quercia di piazzale Ventiquattro maggio. Poi trovare un pazzo che cerca di staccarla e cade dalle scale, applaudito dalla cittadinanza.
Da un po' di tempo mi chiedo dove siano finite le scope di saggina, brivido metallico. Si sente la mancanza di un po' di sana ruvidezza.
Siamo tutti sentimentali e patetici. Figli di un do minore.
Questa città è piena di mucche. E non ce ne accorgiamo.
Le soluzioni facili, ricordo, non possono essere accettate.
Ma ogni soluzione, per definizione, è facile.
L'assuefazione ideale

Ravel contempla la superficie verde e grigia, solcata da istantanei candori, con l’idea di ricavarne una linea melodica, un ritmo. Sa bene che non succede mai, che non funziona così, che l’ispirazione non esiste, che si compone solo su una tastiera. Ravel è goffo al pianoforte, pigro. Compone l’accompagnamento di Ronsard à son âme per la sola mano sinistra, perché con la destra non vuole rinunciare alle sue Gauloises.
Sulla strada che porta a Le Vésinet, c’è una fabbrica che Ravel guarda rapito. Producono idee, le catene di montaggio. Catena e ripetizione. Sa bene cosa ha fatto: non c’è una forma in senso stretto, né sviluppo né modulazione, solo ritmo e arrangiamento. Una partitura senza musica, una fabbrica orchestrale senza oggetto, un suicidio che ha come arma solo l’ampliamento del suono. Frase ripetuta all’infinito. Guarda Le Vésinet e dice: vedi, quella è la fabbrica del Bolero. La “cosuccia in do maggiore” che Toscanini dirige a velocità doppia, accelerando. L’assuefazione ideale.
Siccome non riesco a terminare questa cosa per le due mani, ho deciso di non dormire più, neanche un secondo. Due progetti. La colonna sonora di un film su Don Chischiotte. E del secondo si sa solo quel che dice a De Falla: sarà un aereo in do.
Le idee gli restano imprigionate nel cervello. Il bagno caldo nel pino pumilio. Otto giorni per scrivere una lettera. Afferra la forchetta per i rebbi e lancia uno sguardo di disperazione a Marguerite. Non ci si può addormentare sorvegliando il sonno. Organizza la solitudine. Procedendo a mani nude, gli segano la scatola cranica. Rinunciano, chiudono il foro di drenaggio. Dieci giorni dopo muore, gli mettono addosso il frac, gilet bianco, collo rigido ad aletta, papillon bianco, guanti chiari. Non lascia testamento, non restano immagini filmate, non restano registrazioni della sua voce.
(liberamente tratto da "Ravel, un romanzo", di Jean Echenoz - Adelphi)