cicciobandini

sabato, 24 novembre 2007

Un vecchio e un bambino

Vecchi e bambini, io li disprezzo. Chiunque sia dotato di senso morale, non può che tenerli in sospetto, se non proprio in odio. Provate a scostare per un attimo il velo di  farisaismo e la matrici inossidabili, consolidate da secoli di pensiero unico. Vedrete allora due delle categorie sociali più pericolosamente irresponsabili che siano in circolazione. I vecchi, con la loro pretesa assennatezza e secoli di canuta presunzione di sapienza, accampano di continuo un'immorale esimente d’anzianità. Esibiscono con protervia e vanto una spossatezza cronica congiunta a rilassatezza dei tessuti molli e inerzia delle cellule neuronali. L'alibi perfetto per giustificare ritardi, manchevolezze e deficienze.
I vecchi sono stronzi e lo sanno. Non ti chiedono scusa. Esigono rispetto e, con un sorriso o con disprezzo, ti rubano il posto sul filobus.
I bambini sono piccoli e teneri. E spietati. Sono un concentrato di perfidie ereditarie, di infamia genetica dissimulata sotto una melliflua rappresentazione di naturalezza, libero arbitrio embrionale, spontaneismo armato, violenza originaria confezionata in una cornice di guance paffutelle e di morbido incarnato. I bambini sono delle merde e lo sanno, ma noi li crediamo buoni, quando è noto ai più avveduti che la bontà è un'arte, come l’origami, che va appresa e coltivata con cura e dedizione. La bontà è la condizione innaturale e transitoria di chi fatica la vita tutti i giorni, in bilico tra la fragilità dell’istinto e l’irrazionalità del sentimento. Bambini e vecchi sono irreponsabili e stronzi e non meritano la nostra pietà.
Io amo l’uomo di mezza età, adulto temprato dalla vita, che sa di dover rispondere delle sue azioni e ne soffre, eroe laico e prosaico che azzarda ogni gesto con la consapevolezza che a ogni passo falso seguirà una punizione esemplare, una condanna, una coltellata. Eroi quotidiani cui qualcuno ha donato la forza e la capacità di uccidere e fare del male e tocca a loro, alla loro struttura morale, fare in modo di non abusare dei desideri e della potenza. In questo consiste il loro eroismo, reso ancor più tragico dalla certezza che la giustizia retributiva farà il suo corso e che a porre fine alla loro battaglia per esistere, magari con un discorso assennato e dolente o con uno sguardo tenero innocente, saranno proprio loro, un vecchio o un bambino.

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martedì, 20 novembre 2007

Io e te

giorgio de chirico - ettore e andromaca

Non mi ricordo più di te. Eppure era ieri. Ti ho già dimenticato perché non amo lasciare il lavoro a metà. Ogni tanto rovisto e ti ripesco da un angolo del cervello. Poi ti mando un saluto, come fosse ieri. Era ieri. Organizzo la messinscena del desiderio. Spolvero i codici, rimetto mano al repertorio. Un lavoro di qualità. Finito il prime time, si va in dissolvenza. Ogni tanto c'è qualche sfarfallio, ma si aggiusta in corsa, con un buffetto di incoraggiamento o di impazienza. La rimozione il più delle volte arriva da sola. Non serve nulla, va in automatico. Mando in archivio i file, ma non li cancello. Talvolta c'è una giustapposizione, ma non è necessaria. Allora riprendo il falso movimento. Esploro, tasto un altro territorio, mi assesto. Senza malizia, con leggerezza immutata. Il soggetto risponde alle cure, le controindicazioni sono un rischio tollerato. Se c'è dolo è eventuale. Sarei propenso a parlare di innocenza. Deraglio spesso. Ma anche questo è messo in conto. Perché non ci sono binari, il selciato è dissestato. Se mi imbatto in un fantasma, levo il cappello e lo saluto. Non ci sono motivi per mancare di rispetto a un fantasma. Benché sia piuttosto scettico in materia. Non ho più memoria di te. A pensarci, è un paradosso. Non ricordarsi di te e scriverti. Non so neanche più di che sesso sei. Non ricordo il tuo volto, il riflesso del tuo sguardo, la luce della tua pelle. Non so di che sostanza sei fatto ma ho la certezza che sia la mia identica materia. Ho paura ad ammetterlo, ma mi sei necessario. Come sia possibile che un'entità che muore e rinasce ogni giorno, di cui mi sfugge la realtà, che un simulacro di vita simile mi sia necessario, è cosa che non mi so spiegare. Scriverti, provare a parlarti, è un modo per provare a darti luce. Ma la verità è che non mi interessa sapere chi sei. Vorrei solo vederti un attimo, riconoscerti e poi lasciarti andare.

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sabato, 17 novembre 2007

I finali sfuggono

mark ryden

Bravo che sei. Fatto bene a restare. Come diceva mister papa? Non ho il talento per scrivere e so troppe cose. Qualsiasi bugiardo scrive in modo più convincente di uno che c'è stato. Senti questo Barthelme: Kellerman, giganteggiante per il gin, attraversa di corsa il parco a mezzogiorno con il padre nudo infilato sotto un braccio. Respiro microbi. Bravo che sono. Mi inciampo addosso e muovo vorticosamente le dita nell'aria per sentirmi vivo. Ora che ho riflettuto sui fatti, ci sarebbe da rimpiangere qualcosa. Un cielo che ha sbagliato colore. Una lampada in soffitta. Fatto bene ad andare. Tutto il tempo a cercare segnali, a decifrare silenzi, a spiare nel buio. Mai nessuna carezza, nessuna guancia imperfetta. E tu continui a sparare. I finali sfuggono. Le parti centrali non si trovano mai.  

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giovedì, 15 novembre 2007

Adesso

grosz

E' sparita una mattina, senza avvisare. Mi sono svegliato con gli occhi pesti, un grumo nella gola e mezzo litro d'Armagnac nello stomaco. Nella notte ho capito che lei mi guardava. A un tratto ho sentito il suo fiato caldo sul collo. Mi ha preso la faccia con le mani, ha stretto forte e quando non ha avuto più forze, l'ha lasciata andare sul cuscino.  Io non ho fatto resistenza. Ho lasciato che la testa affondasse nel cuscino e riemergesse piano. Volevo dire qualcosa, ma non sapevo cosa. Pensavo che ora avrebbe pianto. Ho immaginato di strofinare la guancia sul cuscino bagnato dalle sue lacrime. Mi avrebbe fatto piacere. Ma non ha pianto. Neanche questa volta. Poi sono entrato in un sogno profondo. Aprendo una borsa mi accorgevo che tra i vestiti c'erano degli insetti morti, forse farfalle, forse zanzare. La valigia era finita sullo stomaco e pesava. Così ho aperto gli occhi. Il sudore era sceso sul collo e lo rendeva appiccicoso. Per qualche secondo ho preferito non muovermi. Poi mi sono girato e lei non c'era. Ho pensato che adesso ero solo. Non c'era altro che potessi fare quella mattina. Ho pensato alla mia testa che affondava nel cuscino e al sangue che colava piano.

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mercoledì, 14 novembre 2007

Rue Lepic

I virus sono tristi oggi, si insinuano lentamente negli interstizi della vita. Sono disillusi anche loro, chinano la testa. Una vita allungata sulla schiena. Mi ha dato appuntamento a rue Lepic. Il portone laccato di rosso, a fianco del Zèbre. Sono arrivato a Blanche, ho girovagato un po', mi sono allontanato dai sex shop di Clichy, dal Sexodrome, e ho risalito lentamente la strada di Amèlie, indugiando sui negozi di frutta, sulla forma diseguale dei fichi, sui banconi di zinco rigato dei bar.  Ho digitato il codice. Il portone si è aperto, ho attraversato un sottoscala, un cortile e sono arrivato a una porta a vetri che affaccia su un cortiletto interno. La porta era aperta e ho girato la maniglia. C'erano libri ammassati ovunque e la fodera sagomata di un violoncello. Lucille mi ha sorriso con pacatezza, come se mi conoscesse da tempo. Ha aperto una bottiglia di vino rosso e in sottofondo c'era musica classica, diffusa da una radio. Sul tavolino di legno un libro  di Scott Fitzgerald e uno di Jack London. L'ho immaginata da sola, distesa sul parquet, le calze di lana rosse, London sgualcito penzolante da una mano, lo sguardo perso sul muro. Mi ha raccontato la sua storia. Poi abbiamo visto Dalida, i seni di marmo sulla collina di Montmartre. A volte volevo toccarle le guance, scioglierle il gelo delle gote. Era piuttosto bassa, quando parlava muoveva appena le labbra. Mi guardava negli occhi. Quando mi ha detto del suicidio ero perduto nel vetro macchiato di rosso di un bicchiere di vino, nel fumo del Somnambule. Ha fatto una pausa e poi l'ha detto con una voce bassa, calma. Mi ha sorriso con i suoi denti grigi. Mi osservava, voleva vedere la mia reazione. Più tardi l'ho seguita a casa, senza dire una parola, e abbiamo fatto l'amore. Sentivo il suo odore, forte, buono. Aveva i preservativi nel cassetto e li ha presi quasi subito. Non parlava, neanche una parola. Andiamo sul letto, mi ha detto, ma io non ho voluto. Poi mi sono allungato sulla schiena e mi sono accorto che non stavo più pensando a niente.

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