Anno
Anno che vieni
che sei
anno
te ne prego
dimmi cose,
fammi un dono,
anno che non torni,
anno che c'è tempo,
anno che sei fuori
anno
in questa storia
ci sei dentro
facciamo un patto
anno
vieni qui
dammi un bacio
con la lingua
fammi male
anno nuovo
dammi un segno
fai un commento
dammi un legno
che ti possa sentire
che il mio corpo
possa illividire
anno nuovo
se sei nuovo
dammi il tempo
di capire
dammi un segno
fammi uscire
La concessione dello zigomo

Si è un po' perso il senso del sacro. Lo dicevo ieri all'amico Mimmo. Mimmo, dicevo ieri, si è un po' perso il senso del sacro. Lui mi guardava con una faccia che si capiva che lo aveva perso da un bel po', il senso del sacro. E infatti mi è sembrato che annuisse con gli zigomi. Aveva gli zigomi un po' mossi. Allora gli ho detto: Mimmo. Così, solo per stimolarlo gli ho detto questa parola Mimmo, senza grandi contenuti, che però nominare una persona è un grande segno d'affetto, lo capite questo. Ma lui mica si è mosso. Mimmo da qualche tempo gli fa fatica a muoversi. Dorme sempre e russa come una capra. Io glielo dico che russa. Sei narcolettico, Mimmo. Sei una capra narcolettica. A volte gli do delle tappate in testa con il pugno chiuso, per scuoterlo da questo suo torpore da capra. Che io non lo so se le capre russano. Lui sorride appena, è una concessione che mi fa, sempre con gli zigomi, e io l'apprezzo in quanto tale questa concessione che lui mi fa. Anche se ha perso il senso del sacro. Siamo amici io e Mimmo. Ieri ho pianto e gliel'ho detto: sono infelice Mimmo, sono infelice. Per questa ragione: che non ho da essere felice. L'ho pensato tutto il giorno se c'era qualcosa che mi rendeva felice e non ho trovato nulla e allora ne ho concluso che sono infelice Mimmo, lo capisci questo. Lui non ha mosso niente, neanche la concessione dello zigomo mi ha fatto. Ma io lo so che lui mi capisce dentro la sua testa da capra narcolettica. Io lo so ed è l'unica persona a cui voglio bene, Mimmo.
Saggi irregolari
"Se Dio uccide l'uomo, nulla può vietare che si uccidano i propri simili" - Sade
Mi trovo disteso nel paglione alle quattro riverberanti di un mattino, dopo una serata molto milanese, piena di persone altissime e sguardi soddisfatti, dove pure mi sono divertito ad osservare l'eleganza ignara delle camicie nere e i polsi cronografati acciaio con l'effigie ammiccante del dollaro. Con i muscoli indolenziti e il cervello bollito da un paio di delusioni e tre dolci cosmopolitan, me ne sto impagliato nel letto, al lume medievale di un abat-jour e valuto il metacarpo dolorante per l'oscillazione involontaria di un libriccino Bollati Boringhieri dalla copertina cartonata blu. Adagiato in questa confusione morbida che è il riposo nella veglia, cerco un nesso narrativo e invio scariche elettriche al cervello. Leggo i Maestri irregolari di Filippo La Porta. Le "idee credute" del bistrattato Ignazio Silone; l'amore per "la bella giornata" del pensatore meridiano Aurelio Arteta; Carlo Levi che "si muove perché si commuove"; "l'inganno del futuro" di Herzen, che cerca di sfuggire allo slittamento della trascendenza verticale del cielo alla trascendenza orizzontale del futuro; il pianto disperato di Paul Goodman che si vede contraddetto pubblicamente da uno studente e crolla; la mitezza di Norberto Bobbio e il suo "lasciar essere altro cio che è"; l'agire poco visibile di Bartebly e il suo "preferirei di no"; le "bugie necessarie" di Franco Fortini; la "gioia estatica del mare" di Albert Camus; la "moderata infelicità" di Arthur Koestler, che diventa comunista ascoltando Chopin.
La Porta riflette sulla superiorità dei saggi capaci di attraversare liberamente discipline, saperi, linguaggi. Il romanzo fa un patto di credulità con il lettore, il saggio può incorporare la narratività senza dover fingere nulla. I saggi, nella versione contemporanea della contaminazione con la letteratura, nello straniamento dell'irruzione della vita dentro un pensiero, nell'alternanza tra realtà e finzione reale del reportage narrativo sono un'emozione più forte, più sincera.
Dentro il paglione faccio la conta dei "saggi" (nella forma allargata che sconfina nel romanzo-diario-racconto-poesia) che negli ultimi mesi-anni hanno prodotto quella scarica elettrica che mi rende vivo e agonizzante. Provo a riepilogarli, a caso. I "fili delle pute" della basilica di San Clemente di Senza Verso, un'estate a Roma e i Cani del Nulla di Emanuele Trevi, romanzi-conversazioni ("Mangiamo moltissime banane. Per il potassio. Crediamo nel potassio"); il reportage nei quartieri romani di Elena Stancanelli, A immaginare una vita ce ne vuole un'altra, che mi ha fatto scoprire le nuvole di merda e l'arancia stellare di Victor Cavallo; la sprezzatura, il ritmo morale e la grazia interiore degli Imperdonabili di Cristina Campo; l'incursione nella coscienza e nelle rovine della civiltà di Marco Belpoliti in Crolli; l'elogio dell'intransigenza di Piero Gobetti, con il suo Antifascismo etico che ancora riscalda il cuore; il sarcasmo amaro della Marcia su Roma di Emilio Lussu; persino l'odioso Filippo Facci, con le Note di notte, che racconta la sinfonia del Grande Terrore di Shostakovich e i altri tristi e polverosi maestri di controfagotto; i racconti di S'è fatta ora di Antonio Pascale, che è letteratura ma anche storia contemporanea e vita ("guarda che i figli si fanno per noia, è una verità che bisogna accettare, così poi una volta fatti la vita smette di essere noiosa") ("che brutta cosa 'a gente"); il goffo Ravel di Jean Echenoz, l'assuefazione ideale, che più che un romanzo è una vertigine ("Non ci si può addormentare sorvegliando il sonno"); Voi non conoscete Dick, di Jonathan Lethem, a cui devo l'ossessione per Cassavetes; Il grado zero della scrittura, di Roland Barthes ("La forma è la prima e ultima istanza della responsabilità letteraria"); l'eccessivo e molesto e necessario Sbrego di Antonio Moresco ("Il sole che sta immobile per molti libri e poi tramonta rapidamente, in un paio di versi"); gli alteri e colloquiali diari di Enzo Siciliano su Nuovi Argomenti; il "carotaggio linguistico" di Valerio Magrelli, sempre su Nuovi Argomenti; le biografie strazianti e straordinarie di Pino Corrias (Luciano Bianciardi in Vita agra di un anarchico) e di Vittorio Franchini, che non ha paura di entrare nella vita di Giancarlo Siani, cronista ucciso dalla camorra (L'abusivo) e di Dante Virgili, grande scrittore nazista e pedofilo ("Cronaca della fine").
Voi non sapete manco che cazzo significa

“Io ho sempre voluto cantare. Mi ricordo che da bambino mio padre s’incazzava e io cantavo ancora di più, mi picchiava e io cantavo ancora di più. Io me li ricordo i microfoni a giraffa, mi ricordo Mina, Walter Chiari, Alberto Lupo. Alberto, Alberto schiattava di risate con me. Mi ricordo tutti i teatri dove mi sono esibito, tutte le canzoni che ho cantato, tutti i camerini, tutti i flash dei fotografi, le dediche sui dischi, gli autografi, le turné, i ristoranti, le risate, le lacrime degli spettatori. Io sono nato a vico Speranzella. Mi ricordo Napoli durante la guerra, avevo solo otto anni, mi ricordo il rifugio a piazzetta Augusteo. E poi mi ricordo che avevo sei smoking, centocinquanta camicie, novanta paia di scarpe. Mi ricordo quando m’hanno messo le manette la prima volta, tutte le lacrime che ho pianto, ma come piangevo quando mi trasferivano da un carcere all’altro, quando le guardie carcerarie mi facevano l’ispezione anale.
Poi mi ricordo tutti, tutti i compagni di cella. Io mi ricordo tutte le volte che avevo la voce bassa e avevo paura di salire sul palcoscenico. Mi ricordo i fiori dentro ai camerini, le donne fuori dai camerini che dicevano che volevano conoscermi, mi trovavano interessante, ma poi si finiva sempre a letto. Dicevano che ero bello, ma io non mi sono sentito mai bello, io mi sentivo potente, non me n’è fregato mai un cazzo di nessuno. Io mi ricordo tutto: è ‘na strunzat’ che la cocaina ti scassa la memoria, so’ trent’anni che la tiro e non mi sono dimenticato niente, io me la ricordo tutta la cocaina che mi sono tirato, del resto tutti hanno tirato in questi anni di merda, chi è che non l’ha fatto? Soltanto i poveri non hanno pippato e non sanno quello che si sono persi.
Io mi ricordo quando cantai a New York e Frank Sinatra dovette venirlo a sentire a questo fenomeno di Tony. Mi ricordo mia madre quand’era giovane; che vi devo dire? Per me rimane comunque la donna più bella che ho conosciuto nella mia vita. Poi mi ricordo un amico, si chiamava Antonio Pisapia, era un grande calciatore. Voleva fare l’allenatore e non gliel’hanno fatto fare e si è suicidato.
Ma io non mi suiciderò mai perchè un’altra cosa mi ricordo io, io ho sempre amato la libertà e voi non sapete manco che cazzo significa, io ho sempre amato la libertà, io sono un uomo libero”
(Tony Pisapia, “L’uomo in più”)