cicciobandini

martedì, 31 marzo 2009

Alì cazzo

Se provi a immaginare quanti anni ha, gliene dai 30 e anche 60. Potrebbe essere indiano o pachistano o bangladese. Lui non lo sa. O a me fa piacere immaginare che sia così, che non lo sappia davvero, chi sia. Tanti anni fa ero convinto che fosse marocchino. Mi sembrava che lui avesse annuito, quella volta, quando gliel’ho chiesto. L’altro giorno gli ho domandato se fosse del Bangladesh e lui ha annuito anche stavolta, cordiale. Ha un volto scarnificato, la pelle scura erosa dal tempo e pupille liquide che navigano dentro un sorriso. E’ magro, di altezza media, vestito in modo sobrio, con scarpe robuste.
Si esprime per lo più a gesti e il gesto che gli riesce meglio è l’abbraccio.
Ti vede da lontano, nella folla della Casa 139 o tra i tavolini bagnati dei Navigli e si avvicina, allargando un braccio, la mano con il palmo aperto, sincero. L’altra parte del corpo abbraccia un mazzo di rose rosse, fresche e sgualcite, ancora invendute. Poi ti abbraccia, le rose di lato, e vuole sentire il tuo corpo. Mette la sua testa sulla tua, la fa riposare e come ondeggiare. Poi comincia a baciarti le guance, più volte. A destra e a sinistra. E’ come una specie di rituale, ma rinnovato ogni volta nell’energia e nella passione. Io mi imbarazzo, ma ricambio l’abbraccio. Talvolta faccio un tentativo educato (non voglio che se accorga) e provo ad allontanarmi dalla morsa. Quando il movimento non ha effetto, e la morsa resta intatta, sollevo leggermente la testa, poggiata parallelamente alla sua, e mi guardo intorno. Ci sono facce che ci scrutano e indovino i pensieri, i sentimenti. Qualcuno sorride, qualcuno è indifferente. Io me ne resto lì, sulla pista, mentre abbraccio un uomo di età e nazionalità indefinibile, con un mazzo di rose sgualcite. Quando finisce la stretta, mi sento sollevato. Lo guardo e lui adesso quasi ride, anche se non supera mai veramente il confine del sorriso. Mi dice “Cazzo, Alì”. Ed è il suo modo per sentirsi vicino, per sentirsi uguale. La prima volta che mi ha detto il suo nome, Alì, mi ha chiesto il mio. Alessandro, gli ho detto. Ha fatto una faccia come a dire, lo sapevo, e ha detto: “Alì cazzo!”. E poi è cominciato tutto un movimento di mani per dire tu Alì, io Alì, tutti e due Alì. Siamo Alì, cazzo. Da allora lo saluto anch’io così, Alì cazzo, e ormai Cazzo sembra un cognome.

Alì è un alcolista. Entra nei locali, la Casa 139, Le Scimmie, e c’è sempre qualcuno che gli offre da bere. Chiede qualche moneta e loro gli danno una consumazione gratis. Beve tutto. Whiskey e rum e anche gin. A volte, quando nessuno gli dà niente, mi chiede un po’ di birra. Indica il mio bicchiere pieno.
Io gliela do, ma poi faccio finta di bere e lascio il bicchiere su un tavolino. Mi fa schifo. E penso, le malattie. Poi mi sento in colpa e penso, ma quali malattie. Allora adesso, per non sentirmi in colpa, per non guardare questo bicchiere quasi pieno abbandonato sopra un tavolino, quando mi chiede la birra ora gliene compro una nuova, al bancone. Così è diventato alcolista Alì. Lo so bene questo. Per scacciare anche questo senso di colpa, glielo dico spesso: Alì cazzo, non bere troppo che fa male. Lui annuisce e sorride.

Una volta l’hanno preso le ragazze e gli hanno ballato intorno. Non una cosa che lo prendevano in giro. Alì era contento e ubriaco e ballava. Alì ha dei figli o forse non ne ha. Non è ubriaco spesso, se con questo si intende spaccare le cose o urlare. Ha solo occhi più liquidi e oscilla più del solito. Una volta gli ho chiesto dove abita.
Lui ha cominciato a parlare, non si capiva ma ho capito che vive con altri che vendono i fiori. Molti altri, dentro una stanza, fuori Milano. Poi mi ha detto: posso venire a stare da te? Non mi ricordo se le parole erano proprio queste, ma la faccia e i gesti e tutto quanto di lui mi ripetevano la domanda: posso venire a stare da te? Io gli ho detto che no, che non poteva ma lui ha insistito un po’, con gentilezza. Io gli ho detto che no e poi gli ho detto, Alì cazzo, no che non puoi. No.
Io poi vivo con una ragazza.

Non so come mi è venuto in mente di dirla, questa cosa della ragazza, perché io la ragazza non ce l’ho. Io poi vivo con una ragazza. Al momento mi è parsa la maniera giusta per dare una risposta ferma ma educata. Ad ogni modo non lo so se l’ha capito cosa ho detto. Poi abbiamo parlato d’altro. In realtà ho parlato io. Ho fatto delle domande, mi sono interessato a lui, ho deciso di interessarmi a lui. L’ho pensato, anche, che lo avevo deciso. Comunque sia, non ne ho ricavato molto.

Perché non lo capisco Alì, quando parla.

Una volta avevamo pensato a lui per un cortometraggio. Si chiamava “Storia di una rosa”. Ci siamo messi al tavolo di una birreria e c’era anche Claudia. Le spiegavamo il progetto. Si comincia così, con la camera stretta a inquadrare una rosa in una pozzanghera. Poi la camera allarga il campo, si vede la mano della ragazza che lo getta, mentre già volta le spalle e si allontana. Poi il locale dove l’aveva comprata. Claudia non capiva. Noi ci siamo accaniti a raccontare. Facciamo un viaggio a ritroso, un’inchiesta. Si vede l’uomo che vende le rose nei locali, le ragazze che si schermiscono, i ragazzi che fanno gli spiritosi. Le comprano, non le comprano. Poi ancora indietro. Il gruppetto di stranieri che si riunisce la mattina presto e compra le rose dai caporali italiani. Questi che all’Ortomercato rubano le rose. Le rose che arrivano all’Ortomercato per via aerea. La serra olandese dove vengono coltivate le rose. E poi, in montaggio parallelo con il viaggio della rosa, il viaggio di Alì che torna a casa a piedi, lungo il Naviglio.

Poi sono andato via da Milano, sono andato via, e Alì ha continuato a camminare da solo, ad aggirarsi davanti al Capetown, alla Casa, alle Colonne, a sorridere con i denti da bambino invecchiato male, con i capelli bagnati e stopposi, ancora non completamente bianchi. Sapeva sempre di umido Alì, anche quando non pioveva. Mario, mi hanno detto, ha incontrato Alì l’altro giorno da Peppuccio e gli ha comprato un enorme mazzo di rose. Io me lo immagino Mario che lo abbraccia e gli dice Alì cazzo, ridendo. Poi Mario ha preso i fiori e li ha regalati alla ragazza Anna. Anna l’ho vista ieri al Pigneto. Non erano per me quei fiori, mi ha detto sorridendo. Mi sembrava un po’ triste, ma forse no.
Non erano per me, davvero. Erano per Alì.

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martedì, 24 marzo 2009

Corpi

Si gratta il naso e si volta. C'è una sala da pranzo dove nessuno mangia, un tavolino sghembo con bicchieri in bilico, una bottiglia di veuve cliquet, una ragazza alta con un vestito di raso pervinca che fuma una sigaretta spenta, un paio di giovani preoccupati della marginalità e la padrona di casa, fragile, che fa guizzare lo sguardo e non parla con nessuno. Ora si avvicina alla ragazza in raso, lentamente ma con intenzione. Lei se ne accorge, si tocca il naso, ancora il naso, c'è una corrispondenza per nulla simbolica tra i gesti, ma tocca registrarla. Anche perché ora sembrano annusarsi eppure sono ancora lontani, lui sembra godere il momento, il lento avvicinarsi dei corpi, la percezione dell'irreparabile, anche se non ha nulla in mente che non sia produrre un moto, un'accelerazione delle particelle, una reazione chimica qualunque che innesti una variazione d'intensità nella penombra della stanza.
- Hai visto Cesare? La mostra? Lui non la voleva la testa di Pompeo. E invece gliel'hanno servita su un vassoio, fumante, con il sangue rappreso a incoronarlo.
Lei l'ha guardato per tutto il tempo e non ha detto nulla, ha provato a mettere nello sguardo una nota ironica, disinvolta ma guardinga, e ora è disarmata, precipitata nel silenzio che non è vuoto ma pausa da riempire con urgenza. Ora ha cambiato occhi e non se n'è accorta, ma lui la scruta e nota la malinconia che l'ha aggredita a tradimento, vorrebbe abbracciarla per non vederla più e i loro corpi sono così vicini e i loro nasi si annusano come se l'aria della stanza non fosse più sufficiente a separarli.
Solleva il bicchiere per bere e le bollicine ancora guizzano e le colpiscono il naso. Le posa una mano sul polso sottile e abbassa il bicchiere lentamente, come se il tempo si fosse sospeso. 
Rimangono così, due corpi verticali che non si abbracciano, per un tempo interminabile, sospeso dal  crollo del tavolino sbilenco, che li separa in un sussulto.
Anni dopo, sopraffatto dalla nostalgia, l'uomo allungherà il naso verso le spalle della ragazza non più malinconica, non più in raso, e riposerà il capo sulla sua pelle esausta.

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domenica, 15 marzo 2009

Paolo


felice casorati

Quando provavamo ad elencare le nostre canzoni preferite, io in cima ci mettevo “Festa di piazza”. Con tutto il corollario di luci spente e di palchi smontati in fretta. A te ne piacevano altre. Ma non era quello il punto. Il punto era che perché a me piacessero queste. Non riuscivi a capire e mi guardavi con un sorriso spento ma non rassegnato. Io dicevo non so e mi vedevo muovere le mani.
Non ero un tipo triste, non ancora almeno. Ma mi portavo dietro quella malinconia che mi piaceva, che mi faceva allegria. Andavamo allo scientifico, classe A, e forse era stato un errore per entrambi. Tu eri tra i più bravi della classe, io tra i peggiori. Stavi in terza fila, non eri tipo da prima. Io in ultima, ero tipo da ultima fila. Nei temi, soprattutto, eri il migliore. Una volta la prof, Cannistrà si chiamava, ti fece leggere ad alta voce un tuo tema e pensai che fossi davvero bravo. Eri intelligente e pacato, nei toni e nei modi. Io me la cavavo nei temi e per il resto andavo serenamente a picco.
Di pomeriggio venivo da te, una casa grande e grigia, si entrava da un cancello di ferro e si arrivava a un vasto cortile di ghiaia rumorosa, che divideva il palazzo da un magazzino di lamiere. Giocavamo nel garage con la Polistyl, la pista delle macchinine e poi a ping pong e a pallone, incespicando allegramente nella ghiaia. Lunghi pomeriggi da adolescenti, senza presenze femminili, né assenze, né fantasmi. Nessun desiderio che non fosse giocare fino a stancarsi le ossa. In casa si beveva aranciata e si ascoltavano i cantautori italiani, senza particolari entusiasmi.
Le estati erano lunghe e afose e per riempirle, gli insegnanti ci assegnavano montagne di compiti a casa. La prof di italiano, l’unica che mi bocciava con riluttanza, ci dava da leggere narrativa italiana, per lo più resistenziale. La casa in collina, Uomini e no, il temibile Metello, Il sentiero dei nidi di ragno. A me piacque molto Conversazione in Sicilia e tu facevi di sì con la testa mentre te lo dicevo. Io mi accaloravo e tu mi dicevi di sì, ma stancamente. Parlavi poco, sceglievi le parole come se fosse una fatica decidere quale usare, come se non volessi sprecarle. Una volta mi hai interrotto, dicendo: “Ma io non capisco”. Io ti ho detto: “Cosa?”. E tu mi hai parlato di un passaggio del libro. Sono rimasto zitto un attimo a riflettere. “Ma non c'è niente da capire in questo passaggio. E' così e basta”. Ma tu scuotevi la testa. Io ho ripetuto le mie spiegazioni tre o quattro volte, cambiando le parole, provando a esporre gli argomenti con la massima chiarezza possibile. Ma tu non eri convinto.
Ero stupito. Quel passaggio non mi sembrava per nulla difficile, senza altra interpretazione che non fosse quella scritta sulla pagina, limpida, inequivocabile. Eri troppo intelligente per non capirlo. Ma più procedevo nei miei tentativi di spiegazione e più non capivi. A un certo punto ho cominciato a confondermi. Tu continuavi a guardarmi e a dirmi, senza alcuna enfasi né sfida, che non capivi. D'improvviso le spiegazioni sono sembrate insufficienti anche a me. Quel tuo ostinarti a dire no, a non accettare la logica che ti proponevo, hanno finito con lo scalfire anche le mie certezze. Non che avessi cambiato idea. Quel che pensavo, che dicevo, continuava a essere giusto, corretto sul piano logico. Ma non bastava. Non bastava più.
Nei mesi successivi i nostri dialoghi, i nostri pomeriggi, ripresero regolarmente. Ma notavo che in te qualcosa stava impercettibilmente cambiando. La pacatezza dei modi, che prima inquadravo nella categoria dell'eleganza dei gesti e che riusciva a infondermi sicurezza e tranquillità, si era come stratificata in un silenzio inquieto. E la tua faccia, il tuo sorriso, non bastavano più per capire cosa pensassi, quali sentimenti ti agitassero.
Poi la scuola è finita. Io ero arrivato al traguardo inaspettatamente e cominciavo il percorso della mia resurrezione personale. Aspettavo la chiamata della leva e intanto provavo a lavorare. Polizze vita, porta a porta. Seppi che non ti eri iscritto all'università. Non ricordo se ne avessimo parlato, ma mentre io allora navigavo a vista e non avevo la minima idea di quale sarebbe stato il mio futuro, mi pareva chiaro che tu fossi destinato, quasi predestinato, a iscriverti a un'università letteraria o forse scientifica.
Mi dissero che tuo padre era morto all'improvviso e che ti eri trovato di fronte a un bivio: gestire il negozio di ferramenta di famiglia o iscriverti all'università.
Un giorno aprii la porta di metallo di via Vittorio Emanuele e ti trovai dietro il bancone, a mezzo busto, come mai ti avevo visto. Sembravi pacificato, quieto come sempre e gentile, ma con il volto chiaro e leggibile di chi ha trovato un equilibrio. Avevi smesso di non capire. Io cominciavo allora e non ho mai più smesso. La vita per te, dopo essersi arenata in una secca, aveva ricominciato a fluire regolarmente, un lungo fiume tranquillo che non portava da nessuna parte.
Non so che fine tu abbia fatto. Non ci siamo più rivisti. Ma ormai non c'era più nulla che potessi dirti, nulla che tu non sapessi già.

postato da landolfix alle ore 20:06 | link | commenti (5)
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