Quel che non accettavo

Quel che non accettavo allora, e che mi sarebbe risultato sempre più indigesto con gli anni, era la manipolazione dei rapporti umani indotta dalla tendenza sociale sempre più invadente a un certo tipo di romanticismo astratto, che prevedeva l'accoppiamento come l'inevitabile completamento di una metà mancante. Dico sociale in contrapposizione a naturale, ben sapendo che il concetto di naturale è scivoloso, fuorviante e, in definitiva, falso. Quella tendenza tutta cattolica e tradizionale a un romanticismo coatto, che si esprimeva in una profonda alterazione della personalità, con la creazione serializzata di aspettative, obblighi e gesti normati che non potevano non annullare i residui spazi di libertà interiore. L'io sociale ne veniva stravolto, deviato, normalizzato, così come l'io individuale, in origine multiforme e creativo, veniva incarcerato in una gabbia fatta di coazioni a ripetere e sensi di colpa, tutti funzionali alla presunta felicità dell'altro.
Quel che io consideravo saggio e necessario e appagante in un rapporto era compreso nello spazio geometrico dell'attrazione erotica e del rispetto personale e, in qualche misura, etico. Ma non bastava, allora, non si poteva vivere in quella cornice, considerata sconveniente e insufficiente.
Ai molti che mi obiettavano la razionalizzazione a posteriori di una mia presunta 'incapacità di amare e di essere coppia, ai molti che mi contestavano la debolezza di una non confessata vocazione ideologica all'autosufficienza, ai molti rinunciavo ormai a rispondere, pago di aver trovato risposte e consapevole che quelle risposte non valevano che per me e che per pochi attimi.
A te, che me l'obiettavi dolente, provavo a spiegarlo e talvolta risultavo convincente. Prima che riprendesse efficacia la vulgata romantica del completamento reciproco, del fondersi in un impasto unico, prima che l'eccesso di sentimenti stratificati dalla storia e dal cattolicesimo pretendesse di plasmare a sua immagine e somiglianza la materia di cui ero fatto.
Eppure, quel che non accettavo, era sentirmi infelice.