Sul Colle Oppio

La mattina, con questa luce bianca che si sfrangeva su negri volti sdentati, andavamo al colle Oppio, superando guazzi d'erba diserbati da corpi infagottati nella miseria e la quiete dorata della disperazione, la mattina, con la luce che ci seguiva implacabile, posavamo il nostro culo stanco sulle plastiche blu intrecciate degli sgabelli ferrosi di Nunzia, dolce megera in crocks viola, assistita dal fido e segaligno eritreo, silente come un Cristo crocefisso. Umilmente assisi nello spettacolo post romano del feroce colosseo, alzavamo lo sguardo sui vecchi sciancati in pantaloni maron che allungavano le mani su sessantenni sfatte e tossiche di acidi, riverse sulla fontana d'otri diroccata e vuota d'acqua e di splendore. Sussurravamo qualche parola agli dei inaciditi di quel colle umile e celeste e pregavamo il signore degli sconosciuti di prenderci la mano e spezzarcela e farci provare quel dolore che non veniva più a visitarci da secoli, disgustato dal nostro indifferente astio, dal nostro inesausto vagare in cerca di una verità già trovata, disprezzata.
Quel tipo di persona

Era quel tipo di persona che ti viene voglia di abbracciare in una giornata qualsiasi mentre, seduto in un bar del centro di Milano davanti a una birra media, ti spiega che non è andata come sperava. Poi però non lo abbracci e la sensazione che segue è di falsità, di vuoto, ti rendi conto che sta mentendo a te e prima ancora a se stesso e che quell’abbraccio sarebbe il sigillo di un’ipocrisia.